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QuartaParete intervista in esclusiva Rosaria De Cicco e Matteo Mauriello.

Rosaria De Cicco

Affari illegali di famiglia è andato in scena nell’ambito della rassegna “Napoli Città Viva – Estate 2011 – L’energia della cultura”, organizzata dall’Assessorato alla cultura e al turismo del Comune di Napoli al fine di promuovere la cultura e valorizzare ciò che già esiste in città ma che necessita di essere messo in rete e rafforzato. Come ha affermato l’Assessore alla Cultura e al Turismo, Antonella Di Nocera, infatti «la cultura di una città esprime l’energia delle persone che si dedicano con la loro identità e il loro talento alle diverse forme dell’arte e della creatività intellettuale, e Napoli ha da sempre testimoniato, a prescindere dalle epoche e dalle amministrazioni che si sono susseguite, l’alto valore del contributo dei singoli e dei gruppi all’immagine culturale della città». Qual è la sua opinione in proposito? Da artista si sente valorizzata dalla città di Napoli o, piuttosto, ritiene che qui, più che altrove, si avverta la crisi che ha investito la cultura soprattutto in questi ultimi anni?

Il teatro che proponiamo è artistico e civile. È il teatro civile perché racconta, in maniera però, ovviamente, non pesante, quella che è la nuova povertà, la condizione delle donne, dei diversamente abili… Sarà anche incapacità nostra ma io c’ho provato, quindi mi sento sicuramente non valorizzata dalle istituzioni, da coloro che sono poi i miei referenti, da cui ho diritto di avere contributi, attenzione, ma poiché non faccio parte di nessuna parrocchia, non faccio parte di clan, non ho sponsor politici, io non vengo presa in considerazione. Per fortuna, però, c’è il pubblico: sarebbe molto triste se io fossi presa in considerazione dai politici e schifata dal pubblico; proprio lo dico senza usare metafore. Quindi io preferisco così, preferisco che il pubblico sia contento e di essere ignorata dalle istituzioni; ritengo però che non sia giusto. Ritengo che sia una profonda ingiustizia che è quella, d’altra parte, che viviamo quotidianamente.

L’altalena che occupa la scena è il simbolo della precarietà in cui versano i due protagonisti, specchio, a loro volta, della realtà in cui vivono e di cui sono vittime. In particolare l’attenzione si concentra sulla figura femminile: madre, con figlio a carico e senza un lavoro sicuro. “Femminilizzazione della povertà” la definisce l’autrice del testo, Emanuela Giordano. Nell’interpretare questo ruolo, quanto ha sentito vicino tale problematica? E quale molla empatica è scattata nei confronti di Emma e perché?

Ma certo, Emma è una creatura fragile ma nello stesso tempo forte, perché è vero che vive a contatto con la precarietà, sognava una vita diversa, sognava di poter vivere del suo lavoro, di poter mantenere il rapporto con l’uomo che aveva scelto, e tutto questo non è andato bene… Però lei continua a sorridere, non si avvilisce, comunque continua ad avere un ottimismo. Lei è una persona che crede nei valori veri, non crede come Oscar che è naturalmente deviato dalla modernità, non crede nel guadagno, nell’arricchimento, negli affari, lei crede nei valori della cultura pure se è costretta a rubare al supermercato, quindi ti fa tenerezza…
Devo dire che io non sono mamma, eppure mi succede spesso di interpretare le madri e questa madre ha una sensibilità maggiore perché è abituata ad un figlio diversamente abile, tuttavia lo ama come nessun altro. Ritengo che quello che mi avvicina molto ad Emma è la precarietà, avendo scelto un lavoro precario per eccellenza io sento molto questa incertezza del futuro.

Un profondo senso di solitudine e di impotenza è lo stato d’animo che caratterizza le donne o in più in generale, coloro che non riescono ad elaborare un progetto futuro per sé e per i propri figli a causa proprio della precarietà lavorativa, affettiva, sociale con cui sono costretti a confrontarsi ogni giorno. Da donna che non ha mai mancato di dare il proprio sostegno alle problematiche di carattere sociale, quale pensa sia il correttivo da individuare ed applicare e cosa, finora, non è stato fatto?

Criteri di giustizia sociale innanzitutto, quello che viene denunciato quotidianamente ma di cui nessuno sembra importarsene. Vale a dire le enormi discrepanze che ci sono tra i ricchi e i poveri, tra la classe politica e noi che subiamo. C’è una forbice che si allarga sempre di più. Gli artisti denunciano lo scandalo delle istituzioni, dei parlamentari, dei loro privilegi, della casta e comunque anche dei dirigenti, non quelli che hanno una propria attività con la quale si sono fatti ma quelli che sono piazzati lì per motivi politici o per altri motivi che non sto a dire, se no finiremmo col parlare del bunga bunga; e quindi il fatto di non permettere che ci sia una giustizia sociale che ci consenta di risparmiare, di creare posti di lavoro veri, di far sì che gli insegnanti non siano più precari, che non ci siano pensioni ridicole… Una mancata politica sociale, e questa è una cosa terribile. Ci sono delle cose talmente enormi che riguardano la nuova povertà e non solo, che hanno come contraltare delle ricchezze sfrenate non giustificate.

Quali sono i prossimi progetti lavorativi che la vedranno coinvolta?

Beh, spero di rifare questo spettacolo ogni qualvolta se ne prospetti l’occasione, inoltre quest’estate continueremo a fare Novecento Napoletano e lo riprenderemo anche l’anno prossimo, è il quarto anno e saremo al Cilea e a Roma, spero anche in Sicilia. Poi uno spettacolo con Gianfranco e Massimiliano Gallo e Patrizio Rispo, in più Quattro mamme scelte a caso che sarà al teatro Nuovo, poi un’anteprima di un altro spettacolo di Emanuela Giordano, su questa falsa riga, con Giuseppe Gaudino, che faremo al teatro Argentina per un giorno e che si chiama Diario di un ex-rapinatore di banche e di una donna perbene. Stessa struttura, due personaggi, stessa scrittura, stessa regia. Infine la ripresa di Hai un amico all’INPS col teatro Totò. Insomma una stagione piena di spettacoli che però racconta un po’ la situazione di oggi, prima si faceva un solo spettacolo all’anno e sei o sette mesi di tournee e invece oggi ne devo fare 5 o 6 per riempire tutta una stagione e questo la dice tutta.

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Matteo Mauriello

 

Oscar insieme alla madre, la sua unica “famiglia”, è il volto della nuova povertà. Quella che nasce da contesti piccoli-medio borghesi e che per questo ancor di più vivono con umiliazione il baratro in cui sono caduti. Eppure, non smette di vivere con dignità e di inseguire sogni. Quanto è fondamentale, secondo te, restare aggrappati a dei sogni, a degli ideali, per affrontare gli ostacoli della quotidianità? Potrebbe essere questo atteggiamento nei confronti della vita scambiato per ingenuità o scarsa adesione alla realtà concreta?

E’ fondamentale secondo me. E’ un atteggiamento vincente non è ingenuità. Il sogno o comunque l’ideale è di vitale importanza per qualsiasi essere vivente, è il nostro leit-motiv, la causa che ci spinge ad andare sempre avanti ed a superare i limiti, il motore di tutte le nostre azioni. I bambini, i giovani , in questo caso Oscar, ovviamente,  hanno una fantasia più sviluppata rispetto agli adulti, troppo contaminati  dalla quotidianità e quindi più legati alla realtà; ma non si smette mai di sognare né da adulti né tantomeno da piccoli; l’obiettivo – ideale o materiale che sia –  che una persona si pone nella vita è al centro di ogni cosa, è il traguardo da raggiungere a tutti i costi e gli ostacoli, che si pongono dinanzi ad esso, sono superabili proprio per mezzo della carica emotiva che il sogno o l’ideale ci trasmette. Guai se non fosse così , la persona sarebbe vuota e spenta.

L’ironia è tra gli strumenti attraverso i quali, nello spettacolo, i due protagonisti affrontano la loro vita difficile. Secondo te, oggi, quanto è labile il confine tra farsa e tragedia?

Molto labile, perché in ogni farsa c’ è del “tragico”, ed in ogni tragedia c’ è del “farsesco”. Però  “Affari illegali di famiglia” lo definerei  più a cavallo tra una  tragi-commedia ed un dramma sociale. Appunto perché presenta picchi drammatici alternati ad altri più – non direi comici – ma quasi, trattando argomenti di teatro sociale. L’ironia è alla base di tutto il lavoro, ed è lo strumento con il quale Emanuela Giordano, autrice nonché regista della messinscena, affronta con leggerezza e grande astuzia temi quali la precarietà di oggi della piccola e media borghesia.

Come Oscar, anche tu ti affidi al filtro dell’ironia per capire e vivere la vita o hai trovato innaturale interpretare tale personaggio?

No; non ho avuto molte difficoltà da questo punto di vista, anche se ho fatto un gran lavoro sul personaggio. Come Oscar uso anche io nella vita l’ironia, e sono molto auto – ironico; per me è fondamentale sia nei rapporti con le altre persone sia nella vita in genere, ne faccio quasi una filosofia! L’ironia , ahimè , è  però un’arma a doppio taglio,  bisogna saperla usare…bisogna sapersi misurare.

Figlio d’arte, attualmente frequenti l’Accademia “Silvio D’Amico” ed hai all’attivo numerosi lavori a cui hai partecipato. Cosa ti aspetti dal futuro? E quali paure, eventualmente, come tanti giovani di oggi, ti animano quando pensi al lavoro?

Mi aspetto tanto, mi auguro tanto, come tutti. Però il momento è davvero difficile, direi quasi terrificante! Io, come tutti, sono titubante. Il futuro, ma non soltanto per noi lavoratori dello spettacolo, ma per tutti gli italiani, non si prospetta affatto semplice. La politica annaspa, non ci fa capire, e di conseguenza la società si ammala, non aiuta i giovani anzi li confonde sempre di più. Riguardo il teatro nello specifico, penso che non stiamo educando le nuove generazioni ad andare a teatro. Si dovrebbe attuare un vero piano di educazione teatrale dalle scuole materne fin alle superiori, perché se no non ci sarà il pubblico del domani. Vedo sempre più anziani, pochi giovani, i quali non hanno proprio la cultura del teatro, forse un po’ del cinema, quello commerciale però; e questo io lo riscontro soprattutto al Sud. Come disse Eduardo in una sua commedia: “ Il teatro non è morto, il teatro è vivo e  vitale”. Bhè, che dire..speriamo che sarà così, la speranza è sempre l’ultima a morire!

 

Ileana Bonadies

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