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La “sala dei guardiani” dell’imponente castel Sant’Elmo, da cui si gode una veduta di Napoli che non è quella classica del Vesuvio, si trasforma in un aula di tribunale del post terza guerra mondiale.

In quest’epoca, la società è divisa in due classi sociali: al vertice,  Amministratori e Guardiani detengono il potere; poi ci sono i Prigionieri, a cui appartiene il resto della popolazione, con l’obbligo di lavorare per produrre beni e servizi di cui solo i capi possono usufruirne. Niente di diverso dalla realtà contemporanea.

Tratto da “Dalle annotazioni di un guardiano” di Friederich Dunrenmat, Renato Carpentieri mette in scena un testo scritto nel 1954 che risulta essere di un’attualità disarmante, come accade con i grandi scrittori e pensatori che vanno dall’antica Grecia al secondo dopoguerra.

Orlando Cinque, nei panni di un reduce di guerra, è convocato in tribunale da un rappresentante dell’ Amministrazione, Valeria Luchetti, che dall’alto del suo trono futurista gli muove l’accusa di non avere un’occupazione e dimostrare disinteresse nei confronti della vita della società. Ma che colpa può avere un individuo se non si sente figlio della propria epoca? Se non si riconosce nel valore del dio danaro di una società tecnocratica?

E’ il simbolo di un dramma esistenzialista che fortunatamente si manifesta in maniera costante in tutte le epoche, fortunatamente, perché spesso da questi emarginati, che per le loro ali da gigante non riescono a camminare tra la massa, nascono opere da cui trarre spunti per un mondo migliore.

Renato Zagari

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