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Con il suo invito a corte, Laura Angiulli presenta il primo spettacolo della “Trilogia del male”.

Riccardo III di York non fu il despota assetato di sangue che i documenti letterari tramandano: gli anni della sua amministrazione del regno inglese, dal 1483 al 1485, furono segnati dal’exploit finale della guerra intestina più cruenta che l’Inghilterra ricordi, la “guerra della due Rose”; che avesse partecipato a trame di corte e avesse puntato con scaltrezza al trono non pare strano a chiunque si avvicini alla sua storia con occhio attento.

Il primo a dipingere il duca di Gloucester, nonché ultimo re della dinastia York, a tinte cupe e fosche fu Tommaso Moro, all’interno della sua Storia di Riccardo III; se appare chiaro che Shakespeare trasse linfa vitale dall’opera di Moro, più incerte paiono le fonti dello scrittore di Utopia, il quale, al tempo di Riccardo III, non aveva ancora compiuto 10 anni. Possibile che il fons di Thomas More sia stato Giovanni Morton, vescovo di Ely, confinato sotto la tutela di Buckingham per aver ordito un complotto che attentasse alla vita dello stesso Riccardo?

Resa giustizia al Riccardo storico, è giunto il momento che il frutto del genio del bardo di Stratford-Upon-Avon si porti sulla scena: d’altra parte, ad aprire la stagione della Galleria Toledo è un vero e proprio Invito a corte, per assistere al dramma del male di cui Riccardo è protagonista.

La sala dei Quartieri Spagnoli si conferma teatro d’innovazione fin dall’incipit: gli spettatori fanno da scena, si siedono sul palco, in cerchio intorno al suo centro, quasi a contenere le forze sprigionate dal teatro stesso, quasi a racchiudere l’esperienza dello spettacolo in esperienza  onirica collettiva.
Buio.

Riccardo, passo malfermo, braccio avvizzito, si presenta, reso manifesto nella semioscurità dalla luce di uno splendido lampadario; inizia la fictio, la giustificazione del male compiuto e di quello ordito e non ancora tradotto in atto. Riccardo ha già perso prima ancora di scendere in campo, seminando l’odio di cui sarà vittima, eppure affascina con la sua persuasiva loquela e, finanche, con le sue forme imbruttite e moleste. Riccardo che illude il suo stesso fratello, Giorgio duca di Clarence, che desidera la morte dell’altro fratello, il regnante Edoardo IV, che sposa per un mero calcolo politico Lady Anna, di cui pure aveva ucciso in battaglia il suocero e il marito e che non esiterà ad assassinare con il progredire della trama, è un uomo solo in cui albergano il senso di vendetta verso un mondo che lo vede brutto e gobbo e l’ambizione più nera, macchiata dall’invidia nei confronti dei parenti più cari e più prossimi.
Le scene si susseguono nel buio, oscura metafora dell’odio: nel buio della sua cella Giorgio viene assassinato, nell’oscurità Elisabetta, moglie di Edoardo IV, annuncia la morte del re e il triste destino che pende sul regno, nel buio sordide trame si intessono tra il duca di Buckingham e lo stesso protagonista.

Pregevole il dialogo tra i due, nel quale Enrico Stafford parla dell’attore tragico, della sua capacità di fingere, metateatro ante litteram.
Nell’angusto fluire della sua vita, Riccardo non vede la luce neppure quando il suo capo è cinto dalla corona regale. Il male finalizzato al potere, una volta raggiunto l’apice, fagocita se stesso, nelle ossessioni di tradimento, nelle manie di controllo, negli incubi.

Sarà proprio un incubo la premonizione più tetra per Riccardo, ormai chiuso nel suo delirio: la notte che precede la battaglia contro Enrico Tudor, il futuro Enrico VII, gli appaiono in sogno il fratello Clarence e la moglie Anna, che, sorta di autocoscienza ultima, gli intimano di disperare e morire.

Il monologo che chiude la pièce, con Riccardo a terra, che stringe il trono e si contorce, delinea la cifra morale entro la quale Shakespeare dipinge i suoi personaggi: il dramma del potere che corrode se stesso, che consuma l’uomo, che ne fa smarrire l’identità e il senso. Che sia la tarda presa di coscienza di Riccardo o l’ennesima recita a se stesso, è significativo che il monologo sia incentrato su due temi essenziali: quello del doppio, che testimonia la molteplicità caotica che tiranneggia l’ultima pagina del re, e quello del bisogno d’amore.
Buio.
Stavolta per sempre sulla casata di York.

Nota di merito per i tre attori, Giovanni Battaglia, icastico interprete della figura del re, e Alessandra D’Elia e Stefano Jotti, abili nel diversificare ruoli e caratteri; una trama intima, che talvolta però doma il messaggio, determina picchi d’attenzione alterni e una domanda: non sarebbe il caso di tornare a studiare testi e storie del teatro?
In una aetas in cui la politica si traveste da Riccardo, sarebbe davvero un bene…

Antonio Stornaiuolo

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