Manlio Boutique

La dark comedy sui vizi dell’uomo resta prennemente attuale, in scena al Mercadante con Eros Pagni.

Misura per misura è una delle opere shakespeariane più problematiche; al suo interno convergono elementi comici e la riflessione, solita ma mai stantia, sul potere e sulla sua capacità di mutare l’anima dei protagonisti, all’interno di uno scenario quanto mai intricato e animato da un sotterraneo torrente di perversioni puriste e lassismo peccaminoso. Ed è proprio sull’effetto straniante, sul paradossale e su un bizzarro schema di fondo che Marco Sciaccaluga, con la produzione del Teatro Stabile di Genova, mette in scena questa “dark comedy”, nello svolgimento della quale si alternano le scene e i personaggi, ma resta perennemente immoto lo spartito delle emozioni, bloccato al palo dalle diffidenze reciproche tra i protagonisti, i quali falsi e, ciascuno a suo modo, viziosi, paiono relegare in secondo piano i sentimenti, e dall’assenza di un vero exitus che impedisce una effetiva catarsi scenica.

Vincenzo, duca di Vienna, mosso dal desiderio di guardar vivere gli uomini da spettatore, annunzia la sua partenza mentre, in realtà, si finge frate Ludovico, dopo aver nominato Angelo, suo collaboratore ed uomo la cui fama di puritano è riconosciuta dai cittadini, quale governatore.
La città, nel frattempo, è preda di una rilassatezza dei costumi, manifestatasi sommamente nel proliferare delle case d’appuntamenti e il rigoroso nuovo amministratore pare voler servirsi di leggi severe e censorie in maniera da stroncare i “turpi uffici” dei bordelli della città.
Nel clima persecutorio – ben tradotto in scena dall’ingresso di Gomito, mediocre capoguardia di città incaricato di arrestare coloro che commettono reati sessuali – viene arrestato il giovane Claudio, colpevole di aver messo incinta la promessa sposa Giulietta, che pure era consenziente e che pure Claudio desidera ancora sposare.
Un amico di Claudio, Lucio, personaggio dei bassifondi, si incarica di comunicare alla sorella dell’arrestato, la novizia Isabella, la situazione disperata in cui versa il giovane.
Il nucleo tragico di questa “problem play” viene man mano a galla, insieme alla contraddizione di fondo: Angelo, uomo intatto e puro, una volta giunto al potere, si rivela avido ed egoista, al punto di chiedere alla giovane suora, in cambio della vita del fratello, di giacere con lui.

Il duca, travestito da frate, diviene il vero centro dell’opera: si impegna per sostenere Isabella, la quale non vuol concedersi al dispotico Angelo, e le prospetta un piano attraverso il quale sia la sua vita che quella del fratello possano essere salve.
D’ora in avanti in un tourbillon di personaggi, ciarlieri e muti, la scena offre uno spaccato universale, di amori traditi (personaggio di Mariana), di speranza della casta Isabella, di boia e puttanieri in una città che non è solo Vienna, ma è la città del sempre.
Emerge in questo frangente Lucio, figura improvvida e loquace, disinibito nell’accusare gli altri dei peccati di cui lui stesso è schiavo; taccia il duca di essere un ubriacone, lo giudica come frequentatore di donne di malaffare, confessandosi con quel frate che in realtà è il duca stesso.

Col ritorno del duca sulla palcoscenico, il quale dismette il saio monacale sulla scena, il piano da questo manovrato nelle vesti di frate Ludovico si concretizza e rende finalmente giustizia ad Isabella, che ritrova in vita il fratello creduto morto, sferza Lucio condannandolo alla morte e punisce il lussurioso Angelo. Eppure non c’è epilogo felice: proprio quando la situazione pare essersi sciolta, l’universalità del vizio si manifesta nella richiesta di Vincenzo alla novizia di matrimonio. Con quest’ennesimo, insostenibile tema, si estingue l’opera, a conferma di quanto detto in precedenza: “Il mondo è sempre uguale, non fa che peggiorare”.

Antonio Stornaiuolo

Print Friendly

Manlio Boutique