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Cronache teatrali dall’«Avanti!», 1916-1920

Ruggero Ruggeri

Ruggero Ruggeri

Nel ripensare, prima di scrivere queste note, le impressioni provate, volta a volta nell’assistere alle interpretazioni di Ruggero Ruggeri; nel vagliare criticamente gli elementi che dovrebbero comporre la personalità artistica dell’attore e nell’accostare questi elementi di giudizio, si arriva a un punto morto. Ogni sintesi è impossibile. Le impressioni provate volta a volta non contengono in sé un elemento connettivo che possa servire a saldarle insieme in un giudizio unitario.
Ruggero Ruggeri è l’attore che recita sempre bene. Che in ogni interpretazione – anche di cose mediocri o nulle – sa far risaltare la sua parte, sa farsi notare, sa strappare, a un certo punto, l’applauso. Ripensandoci, si trova che in ciò consiste il suo talento, e la sua deficienza di artista.
Gli autori potranno essergliene grati, il pubblico non deve essergliene grato. E neppure tutti gli autori: gli autori mediocri, che non sanno dire una parola che valga in sé e per sé, che viva di vita propria. Ruggeri è l’attore dell’indistinto: conguaglia tutto: il bello e il brutto diventano uguali attraverso la sua persona, e il bello ne soffre, ne viene diminuito, non è piú lui. Chi si reca a teatro per divertirsi, per passare l’ora, può essere lieto di ciò: difficilmente prova una impressione sgradevole, difficilmente dice d’aver perduto la serata, di non essersi spassato. Ma lo spasso e il passatempo non sono sensazioni estetiche. Il gusto gode nel rivivere con l’attore una creazione di bellezza; prova anzi una doppia sensazione: rivive il fantasma drammatico con l’autore e con l’attore. L’attore esprime plasticamente il fantasma che l’autore ha espresso verbalmente. È una doppia creazione, che, quando è perfetta, deve dare una impressione solida, compiuta, senza residui.
Ruggeri non sa abbandonarsi all’autore, all’espressione verbale; egli vi si sovrappone. E lo fa sempre allo stesso modo. La duttilità dell’ingegno gli serve magnificamente. È adusato a tutti i lenocini dell’arte: possiede la tecnica a perfezione. Ma la pura tecnica è esteriorità: se non si fonde con gli altri elementi che contribuiscono alla creazione, se non diventa spontaneità, essa è un impaccio, è una deficienza piú che una qualità buona. Crea, come appunto in Ruggeri, il conguagliamento, l’indistinto, mentre l’arte è sempre diversità, distinzione, individuazione.
Per limitare e comprendere la fortuna e il successo del Ruggeri bisogna porsi questa domanda: è possibile recitar bene un’opera mancata? e rispondere. La risposta non può essere che negativa, se si ragiona con criteri artistici. Recitar bene un’opera mancata significa solo che l’attore è riuscito a costruire un’apparenza di bellezza, che si è servito di elementi extraartistici, di suggestioni che non hanno affatto a che vedere con l’interpretazione. Ha isolato qualche elemento a successo, e lo ha dilatato fino a dar l’impressione di una compattezza espressiva. È il lavoro solito del Ruggeri. Le commedie e i drammi del suo repertorio sono imperniati su un personaggio: Lo sparviero, L’avventuriero, L’amico delle donne, ecc.; gli altri personaggi sono sfumatura, penombra. L’unico è anch’esso composto di molta sfumatura e penombra, e di pochi sprazzi di luce: ma questa poca luce finisce con l’irradiarsi in tutto il lavoro, col dargli una vita fittizia, che dura tra la prima e l’ultima scena, e lascia in fondo la bocca allappata, e la fantasia inerte.
Ruggeri non sa spogliarsi di questo abito di virtuosismo neanche quando l’espressione verbale ha tale vita intima da poter dar luogo alla vera interpretazione, alla traduzione integrale in valori scenici. Il lavorio di isolamento è trasportato anche alle opere d’arte; anche esse vengono raffazzonate, snaturate, e il successo che le accompagna è in gran parte successo fittizio, perché ottenuto con mezzi esteriori alla loro intima grandezza.
Ruggero Ruggeri non è piccola causa del pervertimento estetico del pubblico di teatro. Egli riesce a dare impressioni di bellezza e di grandezza anche quando la bellezza e la grandezza lasciano il posto al lenocinio e alla tecnica, e il pubblico finisce col confondere, col perdere ogni esatto criterio di giudizio, col ritenere che valgano ugualmente Bernstein e Shakespeare.

 

(25 novembre 1917)

Antonio Gramsci

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