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 “Vogliano le donne felici ed onorate dei tempi avvenire rivolgere tratto tratto il pensiero
ai dolori ed alle umiliazioni delle donne che le precedettero nella vita,
e ricordare con qualche gratitudine i nomi di quelle che loro apersero
e prepararono la via alla non mai prima goduta, forse appena sognata felicità”
Cristina Trivulzio di Belgioioso

(“Della presente condizione delle donne e del loro avvenire”)

.

Al Nuovo Teatro Nuovo, La Belle Joyeuse, pièce teatrale di Gianfranco Fiore su Cristina Trivulzio di Belgioioso.

E pièce teatrale può essere vista l’intera vita della protagonista, come lei stessa precisa sin dall’inizio del racconto, ricalcando in pieno il pensiero di un famoso motto, di Chapliniana memoria, secondo cui la vita non è altro che un’opera teatrale nella quale bisogna vivere liberi, senza piegarsi a regole imposte, affinché quando cali il sipario non manchino gli applausi.
La Belgioioso, ritratta nella più moderna espressione della donna contemporanea, ha il volto di Anna Bonaiuto che ne dà un’interpretazione intensa, espressiva e carica di tormento, praticamente perfetta. La figura ritratta nella pièce però è ben diversa da quella interpretata (anche dalla stessa Bonaiuto per lo spazio di poche battute) nell’opera cinematografica “Noi Credevamo”: il racconto, è sì impregnato di momenti storici e politici che sono ovviamente parte della vita della protagonista ma si pone lo scopo primario di raccontare il vissuto della Belgioioso da un punto di vista personale, caratteriale ed emozionale.
Il racconto inizia dalla gioventù di Cristina, il matrimonio a 16 anni con Emilio di Belgioioso e la condanna della sifilide a 20 anni che la getta in un iniziale sconforto.
Cristina è però una donna risoluta, emblema dell’emancipazione moderna, non si fa abbattere dalla malattia, la contrasta sempre con forza (vivendo fino a 63 anni) anche grazie ai suoi studi che la mantengono viva e la portano ad avere idee indipendenti, in contrasto con i canoni dell’epoca che vogliono le donne come “oche da salotto”.
Sempre coerente con sé stessa e con le proprie idee rifiuta i compromessi: alla scoperta dei tradimenti del marito decide di separarsene ma solo ufficiosamente pagandone i debiti e allontandolo, certo non per salvare le apparenze ma perché per lei è: «un fiore che ho colto […] lo avvicino al naso e mi pizzica… allora lo metto in una serra […] non lo butto perché IO l’ho colto ma di certo non lo avvicinerò più al mio naso».
Questa voglia di emancipazione, che la porta ad essere vittima delle malelingue, è dettata anche dalla volontà di non essere dimenticata, dalla paura dell’oblio, dal terrore che le sue parole possano essere immediatamente dimenticate dopo la sua morte.
Ed è proprio al momento della morte che il Chapliniano cerchio si chiude, il “sipario” sta per calare sulla vita di Cristina che ricorda una frase dell’amico Flaubert: “Sforzarsi nel momento ultimo per dire qualcosa di memorabile”. Quel ricordo le strappa un sorriso; sorriso che rimarrà sospeso sulle sue labbra fino all’ultimo istante.
La Belgioioso/Bonaiuto conclude il suo racconto: «Flaubert rise del mio sforzo, io risi con lui». A noi piace pensare che quel sorriso rappresenti la soddifazione di Cristina per aver vissuto sempre (parafrasando De Andrè) “in direzione ostinata e contraria”, senza piegarsi ai pregiudizi e ai dettami dei suoi tempi ma sviluppando un passaggio importante che ha portato al riscatto della figura femminile nel secolo successivo.
Un ultima nota: sul buio gli applausi scattano copiosi e non solo per il segno lasciato nella storia, dalla vita della Belgioioso ma per il solco profondo lasciato nell’animo degli spettatori, da una superba interpretazione di Anna Bonaiuto.

Gennaro Monforte

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