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La passione e la ragione si scontrano nella sola Medea, sul palco storico del Sancarluccio.

La letteratura greca è uno dei “contenitori d’arte” più eterogenei e vari, tant’è che spazia dall’epica omerica alla trattatistica storica, dalla poesia, giambica ed elegiaca, al trattato filosofico, con la costante di una fascinazione maestosa e fatale per i moderni; ma, pur all’interno di questa molteplicità, si può rinvenire quasi sempre un carattere unificante, cifra specifica del mondo greco, nella ricerca del senso. Quel genere che più attento è stato alla rappresentazione, con fine didascalico, del mondo dei sentimenti e del loro contrastato rapporto con la ragione è stato il teatro, che, sia in commedia che in tragedia, ha offerto al proprio tempo ed alla posterità opere sempreverdi di lampante splendore.
Al teatro Sancarluccio, fino al 27 Novembre, è stata in scena un’opera rappresentata per la prima volta nel 431 a.C. all’interno delle celebrazioni delle Grandi Dionisie. E che da quella data continua ancor oggi a sconvolgere, a inquisire, a domandare e a scuotere le coscienze di spettatori e teatranti: la Medea di Euripide.

La struttura imposta all’opera dai due attori e registi, Annika Strohm e Saba Salvemini, è chiaramente di marca ellenica: un prologo che da conto delle peripezie di Medea e Giasone viene preposto alla recitazione, la quale si attiene al testo classico prodotto dal più giovane dei tragediografi classici.
In un attimo si è già nell’opera: con una recitazione entusiasmante, la nostra Medea, in un monologo di singolare bellezza, racconta la sua storia sventurata di donna tradita nell’amore dal suo uomo, il quale ha sposato la figlia di Creonte, re di Corinto, senza neppure farne menzione alla sua precedente compagna di letto.
Sulla scena giunge Creonte, che impone a Medea di lasciare la città, prima che, coi suoi filtri magici e le sue conoscenze, possa arrecare danno alla figlia e allo stesso re. Ma la donna, che cova dentro di sé la più terribile delle vendette, prega il re corinzio di rimandare di un solo giorno la data della sua dipartita dalla città, in nome di quei bambini che, mai presenti in scena, rappresentano il polo alternativo sul palcoscenico, dietro una tenda, in un angolo.
Medea, sola sul palco, si confessa col pubblico, perché “la donna, nel far del male, è molto esperta”, specie quando a tradirla è stato il suo compagno, specie quando a pender sul suo capo c’è il turpe destino di esule errante, nemica ai più e sola con i figli.

All’arrivo di Giasone, in una vera e propria esplosione delle lingue e delle voci, un dialogo degno di un trattato sofistico anima la scena e squassa in maniera definitiva il sereno: a Medea, che condanna Giasone per aver infranto i sacri giuramenti, si oppone lo stesso marito, il quale, con aria paterna, motiva le sue scelte e le mostra come foriere di buone nuove per la stessa Medea.
Medea, resa icastica dall’interpretazione patetica e quasi estatica della Strohm, ha solo bisogno di un luogo dove trovare riparo; in suo soccorso giunge Egeo, re d’Atene, che si offre di ospitarla nel suo regno. Emerge in questo passo il richiamo agli dei, tratto saliente della tragedia greca, non cenno esornativo, ma rilievo essenziale nel quale i numi sono intesi, se non come manutentori dell’ordine, almeno come illusioni cui necessariamente occorre offrire i giuramenti, per mantenerli saldi e non discioglierli.
Il cuore della donna barbara, figlia del re della Colchide, può finalmente completare l’opera cui attende: una volta convinto Giasone, al quale manifesta, fingendo d’aver mutato parere, il suo assenso circa le nuove nozze di questi, lo invia presso la nuova sposa dell’eroe con i figli, e con un peplo finissimo e una corona d’oro intrisi di veleno.
Tornati i figli dall’abietto ufficio, ha spazio la parte più lacerante della piece, nella quale la madre e la moglie si combattono nel solo corpo di Medea e al cui culmine la donna afferma che “la passione, che è la causa delle sciagure in questo mondo, è in me più forte della ragione.”

Un messaggero giunge ad informarla della terribile morte del re e della sua figlia, consunti dalla vesti avvelenate e, con una saggezza smisurata, sostiene che la vita non sia altro che un’ombra e che “per gli uomini sulla terra non c’è felicità. Uno può essere fortunato, più ricco di un altro, ma felice mai.”
Medea, invasa da un terribile furore, per il quale il suo dolore rappresenti al contempo la sua gioia, uccide i figli, nel momento in cui Giasone, sconvolto, torna a casa.
Alle richieste di pietà dell’eroe greco, la donna risponde con decise negazioni: sarà lei stessa a seppellire i corpi, lei stessa a portarli con sé, non un solo sguardo potrà ancora dare il padre ai loro bei corpicini.
La disperazione di Giasone chiude lo spazio della storia: “Volevo non averli mai messi al mondo”.
Davvero una grande resa, intima ma imponente, struggente e smisurata nello stesso tempo, per la quale gran parte dei meriti vanno alla protagonista ed al deuteragonista, magistrali nell’interpretazione e capaci di trasportare con sé all’interno dell’opera. Un plauso particolare al Sancarluccio che, per festeggiare i suoi 40 anni d’attività, ha offerto una delle tragedie più belle della storia del teatro.

Antonio Stornaiuolo

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