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Dopo i manicomi, i call center, le fabbriche, lo sguardo di Celestini si poggia sulle carceri per raccontare una storia italiana lunga 150 anni.

Carceri e rivoluzioni. Carcerati e rivoluzionari di ogni tempo e di ogni luogo. È da qui che parte il monologo, intenso, lungo, senza pause di e con Ascanio Celestini, Pro Patriasenza prigioni, senza processi.

Ambientato in un presente non meglio specificato, con continui ritorni al passato, alla storia risorgimentale, in particolare, alla Repubblica Romana del 1849, il testo ha due protagonisti: un detenuto che si prepara a scrivere un importante discorso che a breve dovrà pronunciare, e Mazzini, silenzioso ed invisibile a cui il detenuto parla dandogli del tu ma senza ottenere in cambio alcuna risposta.

Dunque la prigione, finestra dalla quale osservare, scrutare, interrogare il presente e la Storia, diventa il pretesto per l’autore romano di riflettere sulla figura dei rivoluzionari sconfitti. Quelli che credono in ideali e principi per i quali non esitano a combattere in prima linea, pagando anche con la morte le loro scelte, le loro giovanissime vite. Al contempo, la prigione stessa diviene specchio della società che sta fuori, dello Stato che governa e che nel carcere rinchiude, senza prevedere alcun progetto rieducativo, coloro che sono considerati ultimi, subalterni, da cui tenersi lontani, rispetto ai quali marcare la differenza: si tratta degli immigrati, dei tossicodipendenti, delle prostitute. Eppure affermava Dostoevskij che “il livello di civiltà di un paese si misura osservando le condizioni delle sue carceri”…

Ma non sono risposte, certezze quelle che lo spettacolo vuole dare, perchè è impossibile farlo, perché non sarebbe questa l’occasione per farlo; ciò che Celestini si prefigge di fare è raccontare una storia, nel modo in cui gli è più consono, usando, cioè il teatro, la ripetitività delle movenze e delle parole per dare enfasi al contenuto, scegliendo una scenografia scarna, essenziale per non distrarre, per non far disperdere l’attenzione al pubblico.

 

«Quand’è che l’avete capito che era finita, Mazzini? Quando finisce la rivoluzione? Finisce a roma nel ’49 con la fine della repubblica? O con le insurrezioni degli anni ’50? Con le impiccagioni e le fucilazioni di Belfiore che faranno guadagnare a Francesco Giuseppe il soprannome dell’”impiccatore”? Con l’insurrezione di Milano del ’53? Qualche migliaio di uomini che assaltano caserme e posti di guardia e sperano nella diserzione dei soldati ungheresi che invece non ci pensano proprio. Alla fine vengono giustiziati in 16. Quella volta Marx scrisse che la rivoluzione è come la poesia, non si fa su commissione. Quando è che avete pensato “siamo sconfitti”, Mazzini?»

 

Domande rivolta alla Storia, che ciclica si ripete dimostrando, forse, di avere poca memoria, poca attitudine a trarre insegnamento da ciò che è già stato, che è già stato vissuto.

 

«Chi ruba una mela finisce in galera anche se molti pensano che rubare una mela è un reato da poco. E chi ruba due mele? Chi ne ruba cento? Quando il furto della mela diventa un reato? C’è un   limite? C’entra con la qualità della mela? La legge è uguale per tutti e i giudici non si mettono a contare le mele. la statua della giustizia davanti al tribunale ha una bilancia in mano, ma entrambi i piatti sono vuoti. Non è una bilancia per pesare la frutta».

 

Domande rivolte al senso di giustizia che ognuno, credendo di stare nella parte del giusto, pensa di possedere nella sua formulazione esatta, che non ammette titubanze, ripensamenti, incertezze.

Domande  – le “domandine” – che nella vita quotidiana spesa in un carcere sovraffollato servono a chiedere ed ottenere tutto, senza le quali sei ancora meno di niente. Sei un numero che attende di essere processato; un numero che attende un giorno intero per vivere una sola ora d’aria. Prima che la decisione di farla finita, per sempre, non ti restituisca quella libertà che, una volta perduta, resta il più grande desiderio di una vita.

 

Ileana Bonadies

A seguire l’intervista di Ileana Bonadies ed Eduardo Di Pietro rilasciata in esclusiva a QuartaParete.

Riprese di Irene Bonadies.

 

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