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L’associazione AIROTS ha dato vita, nell’accogliente microcosmo teatrale del Teatro de Poche, ad un ciclo di incontri d’autore.

L’iniziativa prevede una serie di appuntamenti con alcune fra le più grandi personalità della scena teatrale italiana. In occasione del primo incontro dal titolo Dante intervista Polifemo, QuartaParete ha intervistato in esclusiva la regista, attrice e drammaturga Emma Dante.

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Emma Dante

Iniziamo da un luogo: la Vicaria. Uno spazio svincolato – Lei lo definisce – in cui un artista è liberato dal peso di quella sorveglianza speciale a cui accenna Carmelo Bene quando sente di non meritare comprensione alcuna, di essere trascurato dallo stato. E’ questa una condizione che oggi è particolarmente avvertita e condivisa dalla maggior parte degli operatori culturali: l’Italia dovrebbe essere invasa da questi spazi, ed invece sembra che la realtà sia completamente diversa. Qual è la sua riflessione a riguardo?

Il motivo è sicuramente un totale abbrutimento del pensiero che in questi anni ha condizionato moltissimo la formazione intellettuale del nostro paese. Ci dovrebbero essere tantissimi spazi come la Vicaria però sostenuti dalle istituzioni, spazi svincolati dove è possibile dire il proprio pensiero in maniera assolutamente svincolata dal potere, dalla paura di perdere il lavoro, dal ricatto sotto il quale siamo quasi sempre soggetti e dire la verità pur essendo sostenuti dalle istituzioni.

Nel 1999 ha fondato la Compagnia Sud Costa Occidentale che si pone un obiettivo specifico, che, poi, è il vero obiettivo dell’arte: attuare una riflessione profonda sulla contemporaneità. Questo significa porsi in ascolto di un caleidoscopico ventaglio di situazioni, di sentimenti, di disagi. Come riesce a mettere ordine tra tutto ciò e trasformarlo in uno spettacolo o in un libro?

E’ semplicissimo, ho delle domande che mi voglio fare e le faccio attraverso questo mio talento, per cui uno spettacolo è il modo che ho di farmi quella domanda e chiaramente la compagnia, l’idea di mettere su un gruppo che ragiona con me sullo stesso argomento, è anche un modo per accelerare i tempi di questa domanda. Per cui con la compagnia, che cambia di volta in volta perché non sono sempre gli stessi attori, a volte qualcuno va via, qualcuno entra, c’è l’idea di un percorso, di condividere – appunto – la riflessione che stiamo facendo… è tutto qui, il teatro mi serve a questo.

Attualmente è in scena a Roma con tre spettacoli: La trilogia degli occhiali, Anastasia, Genoveffa e Cenerentola, Gli alti e bassi di Biancaneve. Essi rientrano nel ciclo “Favole per bambini e adulti”. Perché il ricorso alla favola? Quale il valore e la modernità che riconosce in essa?

Perché la favola forma il pubblico di domani ed è rivolta a quella categoria di umanità molto, molto importante perche poi è quella che cambierà il mondo – i bambini – perché è quella che tratteniamo dentro di noi sempre. Il bambino che è in noi, è la persona più importante che ci portiamo dietro tutta la vita per cui la favola è un mezzo anche per rifondare una morale che forse si è persa e anche per raccontare ai bambini la verità in maniera nuda e cruda come sono le favole, quelle non edulcorate che sono dei momenti anche di grande crudeltà dato che raccontano la vita. Dietro il castello e la principessa ci sono anche delle cose più terra terra che hanno a che fare anche col dolore dell’essere umano; non è solo luccicante questo castello e questo vestito della principessa..Quello che mi interessa con il ciclo “favole per bambini e adulti” è di partire dal mondo dell’infanzia per ristabilire un regolamento della morale.

In ogni suo spettacolo la musica riveste un ruolo predominante, fondamentale. Già in fase di scrittura Lei ha ben chiara la musica che deve accompagnare il testo e si lascia ispirare da essa, oppure, nel processo creativo, è un elemento solo successivo?

La musica nasce come composizione del dramma insieme alla scrittura, al lavoro degli attori, insieme ai costumi e alla scenografia. Tutte le cose che sono presenti nel mio spettacolo nascono insieme contemporaneamente, non c’è mai una cosa che arriva dopo perché dopo è già nato, nel senso che si nasce insieme; come un bambino nasce con occhi, il naso la bocca e gli organi interni e non gli si mettono dopo, così è per la musica.

Nel 2012 debutterà a Parigi con La muta di Portici. Chi le scrive è di Portici. Come è nata l’idea? Potremmo pensare ad una collaborazione con la città affinchè lo spettacolo giunga anche a Portici?

(ride)…Quando mi hanno proposto questa opera in realtà anche io mi sono fatta una grande risata perché mio marito è di Portici, capisce bene, dunque, quanto sia divertente per me ora sapere che anche lei è di Portici. Quando glielo dissi a mio marito, mi raccontò che quando era piccolo ed era in silenzio gli dicevano: «pare ‘a muta ‘e Portici», perché effettivamente questa opera, di cui è stato fatto anche un film, evidentemente è rimasta nella tradizione popolare, per cui si dice quando uno non vuole parlare «è la muta di Portici». E’ un modo dire molto divertente questa cosa…Sarebbe molto bello creare un collante – sì – potremmo fare un diario, far raccontare quello che accade, potete poi decidere voi il modo, ma sarebbe bello legare la città di Portici a questo evento assolutamente…
In questa opera lirica che è un’opera minore però molto interessante, Portici è il luogo dove si svolge la storia di Masaniello e di sua sorella; la muta di Portici è la sorella di Masaniello in questa versione, per cui tutto accade lì, a Portici…

Ileana Bonadies

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