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Per la rassegna “Noi e Brecht”, a grande richiesta l’opera giovanile del drammaturgo di Augusta ritorna a Sala Ichòs  e porta il vento negli animi degli spettatori.

Baal è poeta, è tempesta e impeto, è un cinico parassita, è la primavera, è il vento che sferza le città e che inonda gli animi, è l’occhio che cerca le stelle, è il buio di un’osteria annebbiata dal vino, è l’ipostasi del senso e del sesso, dell’amore che si fa pulsazione, sangue e carne, è male e bene in un corpo solo, è un uomo solo.
Bertolt Brecht ne è il padre, seppur giovane; Brecht è il padre della drammaturgia del Novecento e di questa pièce, la sua prima esperienza teatrale, intrisa di un vitalismo che ingolosisce e disturba lo spettatore, ne polarizza sensazioni e sentimenti.
Fin dal prologo si attua una deformazione degli abituali schemi recitativi: un cantore, dal busto nudo e col corpo ficcato nel buio della terra, presenta Baal, quest’essere demonico, l’uomo del vino, l’uomo del vizio (giacché «tutti i vizi hanno la loro utilità»), l’uomo che «uccide se stesso ogni sera».

La nera notte cala sulla scena.
Un fosco giorno riprende e il nostro antieroe si manifesta, alto e convincente, sprezzante e indifferente, rinchiuso in una stanzetta buia, mentre inservienti attendono alla cena. Tra questi un ragazzo innamorato, una giovane attratta da Baal, due beoni dediti all’azzardo.
Il nostro, vero polo magnetico d’attrazione, non è capace di corrispondere l’amore, ma solo è vivo nel fasciare con la sua energia vitalistica corpi, che l’indomani saranno solo carni prive di senso, godute nell’attimo di estrema pulsazione che l’umana natura concede e poi volate via come aquiloni nel vento.
Avvince a sé la moglie del marcante Mech, stringe la giovane Giovanna, tiente legato a sé Ekart, il suo migliore amico, in un legame particolarissimo di amore e dipendenza, senza saziarsi mai di carne, sempre pronto a far «sentire il paradiso a molte e poi le pelli giù, al letamaio».
Dopo aver messo incinta Sophie Dean, la consegna ad Ekart, dimentico degli attimo estatici e furenti vissuti insieme, memore solo del suo stato insignificante e penoso.

La febbre che sembra alimentare la pièce rende incerto il passo dello spettatore, il quale può ben appellarsi alle parole pronunciate da uno degli amici del nostro poeta: «Nulla si capisce, molte cose si sentono. Le storie che si capiscono sono quelle mal raccontate»; in un tourbillon di abbandoni e assassinii, sempre scanditi dal ritmo delle stelle in cielo, da quello della vegetazione sulla terra, Baal ed Ekart raggiungono un ospedale, laddove la tetra sorte futura di morte viene preannunciata al nostro antieroe e da questi, a suo modo, presentita.

Dopo aver ucciso il fraterno Ekart, colpevole di essersi liberato dalla sottomissione verso il poeta amando una delle sue tante donne, Baal fugge al Nord, verso le foreste, per sfuggire all’arresto e per andare a morire laddove non esiste la legge degli uomini, laddove è tutto natura.
In uno scontro con i taglialegna un già esausto Baal perde la vita; negli ultimi attimi di vita è vivo un canto memoriale, tanto che, proprio prima di spirare, il nostro dice: «Era bello. Tutto».
La solo compagnia, nella fine, è simboleggiata da un taglialegna, il quale da a Baal l’illusione di non morire solo, non andare in malora come un topo, non finire i suoi giorni in solitudine.

E sarà proprio il taglialegna a dare al pubblico l’ultimo briciolo di vitalismo baaliano; le ultime parole del poeta son state: «Ascolto ancora la pioggia», forti di un panismo che investe la scena con una forza devastante, col solito ed edace desiderio di felicità.
Davvero complimenti a Sala Ichos, una delle realtà teatrali più sorprendenti e pungenti che il panorama napoletano possa offrire; così tanto piacevole l’accoglienza, così rude lo sperimentalismo che contraddistingue la scena, antinomia degna di nota, così tanto coraggio nel confrontarsi con un’opera di Brecht, con la regia di Salvatore Mattiello ed un magnetico Pietro Juliano. Da seguire.

Antonio Stornaiuolo

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