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Racconto moderno della storia e della società tra la Germania degli anni 70 e l’Italia di oggi, perché il teatro e la politica non possono viaggiare disgiunti.

Una imponente, brillante Imma Villa ci accoglie ai suoi piedi in quella che potrebbe essere definita la sua casa – il Teatro Elicantropo, ovvero un’oasi al centro della zona storica di Napoli – per coinvolgerci nei logorroici discorsi tra una moglie, madre e padrona di casa ambiziosa, falsa ed autoritaria, ed il suo defunto adorato cane.
Tante sono le parole come tanti sono i pensieri che assillano la sua mente, ovvero la paura degli effetti che la cultura in generale può determinare e che porta ad armare le mani dei giovani anarchici della Germania degli anni 70; quella della morte per mano del suo stesso figlio, protagonista della vita universitaria e politica  di quegli anni; il timore di essere incompresa dagli artisti, verso cui , di conseguenza, prova disprezzo.

È sotto la sua lunga gonna e il suo beneplacito che il marito, il Presidente, un altrettanto brillante Paolo Coletta, si sollazza con la sua amante e ci fa una lezione di arrivismo e politica. Entrambi si sono arrampicati sulla strada che porta al potere e al successo, una sola idea in testa – arrivare – anche senza avere capacità e talento. Perché il politico e l’artista si somigliano, «[…] la politica è l’arte suprema che modifica il mondo».

Da entrambi i monologhi, interrotti solo da brevi sarcastici interventi delle due altre attrici in scena, Paola Boccanfuso (la governante) e Cecilia Lupoli  (l’amante), si evince la mentalità altezzosa, egocentrica ed ignorante della classe politica di tutti i tempi, allora come ora. Essa dall’alto della sua presunzione e della sua posizione di potere, osserva il popolo e, allo stesso tempo, prova timore e, per questo, domina con violenza e noncuranza. Sono le facce tristi e grigie, gli intellettualismi dei filosofi e dei teologi che devono essere aboliti perché ciò che conta è la “carne fresca” per distrarsi, un abito alla moda e la convinzione di essere il migliore. È, infatti, proprio l’assillo della cultura e del pensiero utopico libertario che fanno dubitare il potere di se stesso.

Ancora una volta un riuscitissimo spettacolo diretto da Carlo Cerciello, regista e attore attivo e combattivo, su testo di Thomas Bernhard, tra i massimi autori della letteratura contemporanea, che dimostra come la natura del teatro sia politica, ed il teatro abbia lo scopo di far riflettere e indignare e far luce sulla storia sottolineandone i ricorsi: solo così il popolo ha davvero il potere.

Particolarmente da evidenziare, a tal fine, è il brano con cui si conclude lo spettacolo: scritto dalla giornalista e terrorista Ulrike Meinhof ed affidato ai due personaggi femminili che fungono da  co-protagonisti, a distanza di quarant’anni, dà una descrizione attualissima di come venga considerata la donna e, pertanto, ancora oggi  dovrebbe essere ricordato e custodito da molte giovani donne che, invece, si prestano a fare da specchio amplificante dell’ego dell’uomo:

«No, non voglio essere una delle vostre donne confezionate col cellophane. Non voglio essere presenza tenera di piccole risate e di sorrisi stupidamente allettanti e dovermi sforzare di essere quel tanto triste e ammiccante e al tempo pazza e imprevedibile e poi sciocca e infantile e poi materna e puttana e poi all’istante ridere pudica in falsetto a una vostra immancabile trivialità».

Irene Bonadies

 

Teatro Elicantropo

Vico Girolamini, 3

Tel. 081 29 66 40

http://www.teatroelicantropo.com/

Repliche fino all’8 gennaio.

 

 

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