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Il critico Giulio Baffi analizza la stagione teatrale dello scorso anno individuando gli spettacoli che si sono messi particolarmente in luce.

«Parto, vado a Milano, mi hanno offerto una parte in uno spettacolo, poche battute, non è molto, ma almeno è una paga, qui soldi non ce ne sono e lavoro nemmeno…»; me lo dice un giovane attore, uno dei più bravi tra i tantissimi che da Napoli ricevono nutrimento e che a Napoli non riescono a lavorare. Non che sia male muoversi, ma mi dispiace che parta. Anche se Milano non è lontana. Ma se pure lo fosse bisogna pur andare dove è possibile lavorare. Per un attore il mondo deve essere necessariamente “piccolo”. Muoversi, muoversi, muoversi. Una parola d’ordine non facile da pronunciare. Perché Napoli è una pericolosa calamita dei sentimenti, ed in tanti vorrebbero lavorarci.

Si è chiuso un anno che più noioso di così non è mai stato. Credo che non mi sia mai annoiato tanto a teatro come quest’anno. Il che, in più di quarantacinque anni di spettacoli visti, è un brutto segno. Anche se può capitare, mi dico. Forse è normale e non c’è da disperarsi, ma soltanto da sperare che non sia così per l’anno che sta per iniziare.

Ma come si è chiuso quest’anno “teatrale”? Qualcuno forse avrà notato che il 25 dicembre, il giorno di Natale, sono andati “in prima” tredici teatri, e che un altro paio già erano “in repliche”. Ma che tutti, dico tutti, proponevano spettacoli “napoletanocentrici”. Come a dire ci mettiamo in scena e il resto del mondo non ci interessa. Il che, messo in relazione con il consolidarsi del “decentramento cittadino”, mi sembra un segno non poco preoccupante.

Il “decentramento cittadino” è fenomeno che credo unico nella nostra città. Tutto napoletano. Uno spettacolo gira di quartiere in quartiere, tre anche quattro palcoscenici nel corso della stagione. Lente d’ingrandimento della pigrizia del nostro pubblico che, se uno spettacolo gli viene portato proprio sotto il naso, se lo va pure a vedere. Ma è meglio se si tratta di autore, attori, regista, musicista, atmosfera e cultura “di famiglia”. E’ più rassicurante e non si rischia troppo. E allora avanti con le risate caserecce, le canzoni di tradizione, gli autori molto amati, i televisivi giunti al palcoscenico col fiato corto, le musiche di famiglia, gli attori-autori-registi capaci di strizzare l’occhio e via, “che tanto siamo tra amici e ci divertiamo tutti”. Così il pubblico ti conosce bene e si sente gratificato. E’ un po’ come guardarsi allo specchio. Ma con la luce bassa, altrimenti si vedono le rughe.

«E che ci posso fare, se metto in scena un testo nuovo dove lo porto, ci rimetto pure i soldi dell’allestimento; i testi nuovi, i nuovi autori, nessuno li vuole produrre, non si investe più, non ci sono spazi…», mi dice un giovane attore di talento che non riesce a trovare un aiuto per il suo bel progetto. Sarà vero. Ma come se ne esce da questa tenaglia che ci strozza? Una pericolosa autoreferenzialità sta distruggendo il gusto di un pubblico non più curioso, non più disposto a rischiare il costo di un biglietto diventato troppo alto per una serata andata male. Restano i piccoli spazi semiclandestini, i teatri che mi piace chiamare “di frontiera”, quelli che sono abituati ad aprire le porte a giovani talenti in cerca di verifiche, senza chiedere niente in cambio, pronti a dare spazio a poetiche differenti, a differenti temperature del fare teatro. Qui qualche volta s’incontrano piccoli gioielli, spettacoli come “Due fratelli” di Fausto Paravidino, con Raffaele Ausiello, Simona Di Maio, Stefano Ferraro, per la regia di Giuseppe Cerrone e Antonio Piccolo, che era all’Elicantropo all’inizio dell’anno scorso, ed ora è di nuovo in scena, dopo dodici mesi, al Pozzo e pendolo. Vi consiglio di non perderlo. E chi ha perso invece il Quartetto Papanimico alla Sala Ichos si potrà rifare, ma dovrà stare attento alle programmazioni semiclandestine dei prossimi mesi. Buona fortuna.

Nel 2011 sono andati in scena a Napoli circa 250 spettacoli; andando teatro dal martedì al sabato non li ho visti tutti ma quasi. Salverei, per qualità e capacità di sorprendermi, il bell’”Angels in America” visto al Mercadante, il “Ferito a morte-Preludio” che Claudio Di Palma ha costruito per un Mariano Rigillo in stato di grazia, all’imbrunire, sulle tavole del Bagno Sirena, davanti al Palazzo Donn’Anna, per l’emozione del ricordo di un grande romanzo di Raffele La Capria, lo strepitoso “Slava’s” che ha sorpreso il pubblico del Bellini riportandolo al suo tempo bambino, e il divertimento scombinato e inimmaginabile di “Dignità autonome di prostituzione” che Luciano Melchionna, con il suo esercito di giovani attori bravissimi, ha distribuito per bellissime micropieces in tutti gli spazi del Teatro Bellini.

Troppo poco per un anno di spettacoli? Forse. Altri ne potranno segnalare altri. Io mi fermo qui e volgo lo sguardo a quei semiclandestini amici che sono riusciti ogni tanto a ferirmi, lasciandomi in cuore la speranza di un teatro da vivere. Con spettacoli come “Mi chiamo Omar” in scena alla Galleria Toledo con le sue suggestioni ed i suoi profumi, “Pierre e Jean” visto nel sontuoso salone di Palazzo de’ Liguoro alla Sanità, e l’indimenticabile “Chiove” ritornato ancora una volta per nostra fortuna nella Sala Assoli del Teatro Nuovo. Ma ci saranno certo ancora nuove sorprese, come dicono gli astrologi. Buon 2012 a tutti quelli che quest’anno andranno spesso a teatro.

Giulio Baffi

 

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