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Giovanni Meola fa tesoro delle esperienze fatte coi laboratori teatrali per gli studenti e prova a tracciare un bilancio sul binomio teatro e giovani al fine di individuarne difetti e rimedi.

 

2.

IL TEATRO e I GIOVANI

 

Sulla base dell’esperienza maturata in quasi quindici anni di laboratori teatrali scolastici ho potuto verificare che, se incuriositi e stimolati, la stragrande maggioranza degli adolescenti è portata verso un incontro naturale con il teatro.

Ma come può concretizzarsi questo approdo se non si sviluppa una coerente politica culturale integrata che si occupi di due problemi fondamentali come la politica dei prezzi dei biglietti e un sistema di trasporti che permetta alle periferie e alla provincia di non essere ad anni luce dal centro cittadino bensì alla sua distanza reale ?

Ho operato il 90% delle volte in scuole della provincia o della periferia napoletana e ho verificato che l’ostacolo maggiore che incontrano questi ragazzi risiede nel fatto di non poter materialmente accedere ai teatri a cuasa dell’impossibilità di rientrare nelle proprie case.

Si dice sempre che i giovani sono gli spettatori del futuro ma in realtà lo potrebbero essere già dell’oggi.

Al di là delle cosiddette mattinate scolastiche, chi di loro volesse cominciare a frequentare gli spettacoli serali si trova di fronte all’impossibilità di farlo perché minorenni e non in possesso di una patente di guida.

napoletani possono arrivarci anche a piedi, a teatro, ma i periferici e i provinciali no.

Ecco la prima discriminazione.

La seconda riguarda il prezzo dei biglietti.

A nulla vale l’obiezione da me personalmente ascoltata a più riprese anche da parte di addetti ai lavori secondo la quale, se un ragazzo esce il Sabato e se ne va per locali o in discoteca, paga molte decine di euro e quindi, ‘…cosa sarà mai il pagare anche 13, 15 o 20 euro per una rappresentazione teatrale ?’.

A questa affermazione bisogna opporre almeno tre considerazioni.

La prima.

Nella mia premessa ho sottolineato come io stesso (ma, come me, molti altri colleghi possono confermare questa tendenza) ho verificato in molti se non in tutti i miei allievi la giusta curiosità per conoscere meglio il teatro.

Ma questa considerazione non si estende purtroppo a tutti quelli che invece non seguono alcun corso teatrale, anzi.

La seconda.

Non capire che viviamo in un’epoca nella quale il teatro è letteralmente scomparso dalla vita sociale latamente intesa, che è un mezzo di comunicazione potremmo dire addirittura da carbonari, che il suo peso all’interno della televisione è relegato a programmi come quello di Marzullo, a notte fonda, di Domenica, purtroppo superficiale e assolutamente non indicativo del magma sempre in fermento soprattutto per quel che riguarda la drammaturgia contemporanea, vuol dire avere i paraocchi o essere semplicemente in malafede.

O forse, il che è peggio, essere stupidi.

I ragazzi di oggi non possono, per motivi strutturali, essere naturalmente attratti dal teatro per il semplice motivo che il teatro non esiste affatto nelle loro vite e che solo un incontro virtuoso con qualcuno che fa venir loro voglia di viverlo può accendere in loro quella naturale curiosità che è la naturale curiosità dell’uomo per uno dei mezzi più antichi e nobili di espressione e comunicazione che l’uomo ha saputo creare.

Se i modelli imperanti, amplificati consciamente o inconsciamente dal mondo degli adulti, non contemplano più il teatro, i giovani possono passare una vita intera senza avere mai il  sentore di perdere per strada un’occasione eccezionale di crescita interiore e di crescita collettiva, assembleare.

La terza.

La questione economica è fondamentale perché, a certi prezzi, e al di là delle questioni sopra affrontate, solo ragazzi di una classe sociale più o meno agiata possono sostenere l’acquisto di certi biglietti (mentre mi accade sempre più spesso di verificare una reale fame di teatro in ragazzi di classi sociali non certamente ricche; e questo vorrà pur dire qualcosa).

Ma, se è anche vero che in alcuni teatri si praticano offerte e sconti, dall’altro lato c’è la grande difficoltà di poter accedere a più di uno spettacolo alla settimana.

 

Come si forma un nuovo pubblico se spesso e volentieri un ragazzo che non lavora non può permettersi più di uno o al massimo due biglietti, quando va bene, a settimana ?

E poi perché un ragazzo dovrebbe potersi permettere solo biglietti di alcuni teatri ?

Non poter vedere spettacoli di tutti i tipi non gli consentirà di formare quel gusto che, solo, può creare un nuovo pubblico, anzi un pubblico tout court, in grado di superare la logica dei NOMI di richiamo che impedisce di fatto alle compagnie senza NOMI di poter crescere e proporre con continuità il proprio lavoro.

Perché non sono i NOMI a fare bello uno spettacolo, possono contribuirvi ovviamente, ma non sono i NOMI, sono gli attori e i registi e i tecnici bravi.

Ma l’aspetto più inquietante riguarda la difficoltà che incontra un minorenne di non agiata famiglia che voglia vedere seguire capire emozionarsi confrontarsi.

Anche in questo si può misurare l’inesistenza del cosiddetto ascensore sociale, anche in questo si può verificare l’assenza di una politica culturale che sappia assegnare il giusto valore alla creatività prodotta e stimolata dall’atto spettacolare.

Anche in questo si evidenzia uno dei pilastri dello status quo sociale: chi non ha i mezzi deve solo poter ingrossare le fila di quella manovalanza che, a seconda dei casi, sarà criminale o para-criminale o ancora di basso livello operaio non specializzato, simile ad una schiavitù mascherata dalla quale diventerà poi quasi impossibile uscire anche a causa dell’ignoranza imposta da discriminazioni di questo tipo.

 

Detto questo, vi sono delle soluzioni da prospettare.

Per i trasporti, il nostro compito dovrebbe essere quello di analizzare e proporre fino allo sfinimento alle autorità competenti quanto sarebbe importante che, negli orari di fine spettacolo (generalmente, le fasce potremmo rissumerle in due, quella dei canonici due atti, poco prima della mezzanotte, e tutti gli altri, drammaturgia contemporanea in testa, con spettacoli che durano mediamente tra i 50’ e i 90’, per i quali si può presumibilmente ipotizzare un’uscita da teatro intorno alle 23), potessero esserci le ultime corse non solo dei mezzi metropolitani ma anche di quelli che collegano il centro della città con le sue periferie non servite da metropolitana e funicolari (San Giovanni a Teduccio piuttosto che Ponticelli, Pianura e Soccavo piuttosto che i Camaldoli) ma soprattutto con la provincia, serbatoio immenso di spettatori e di energie che spesso vengono disperse e incanalate in ben altri percorsi.

E quando parlo di provincia intendo tutta il cosiddetto hinterland, iper-popoloso e iper-magmatico.

 

Rispetto ai prezzi, invece, si dovrebbe ipotizzare la creazione di fasce ben definite di prezzi a seconda di teatri e spazi ma anche degli spettacoli proposti.

Molti di noi si lamentano dello scarso peso che in questo paese vien dato alla drammaturgia contemporanea.

A parte il fatto che la buona drammaturgia contemporanea è di per sé eversiva perché incita all’analisi e allo sparigliamento e non è mai banalmente (e televisivamente, aggiungerei) consolatoria, un altro grande ostacolo alla sua diffusione, cosa che non accade nei maggiori paesi europei invece, risiede nel fatto che non esiste una quota fissa minima destinata ad essa nei teatri (quelli pubblici in particolare, ma anche quelli privati che potrebbero investire piccole fette dei loro introiti, che però spessissimo vengono integrati da contributi pubblici dati alle strutture, in produzioni diversificate) ma soprattutto a causa dell’alto prezzo medio dei biglietti.

Per creare affezione e interesse e curiosità nei confronti della drammaturgia contemporanea si dovrebbe operare una grande rivoluzione e permettere a molti di quelli che oggi ne sono esclusi per oggettiva impossibilità (penuria di soldi o difficoltà di spostamento) o per indotta impossibilità (una persona che non conosce la drammaturgia contemporanea non la frequenta; per indurre una persona a frequentare bisogna farla avvicinare e affascinarla) di avere modo di farlo.

Come ?

Prezzi popolari, semplice.

E per prezzi popolari intendo proprio prezzi bassi sotto i 10 euro (e non solo negli spazi piccoli o piccolissimi).

Il cinema costa al massimo 7 o 7 euro e mezzo.

Il teatro spesso costa il doppio.

Un ragazzo alla sua prima esperienza può incappare in uno spettacolo ostico, difficile, magari anche brutto.

Se a questo si aggiunge il costo del biglietto, si può essere sicuri che quel ragazzo non diventerà mai uno spettatore teatrale attento e curioso.

Lo si perde al primo impatto.

Ma se, a fronte anche di tutte le possibili connotazioni negative sopra descritte, il biglietto l’avesse pagato la metà, magari ci potrebbe riprovare e scoprire nel teatro un mezzo fondamentale di conoscenza e crescita.

Di fronte alla giusta obiezione che esistono per questo i biglietti ridotti per gli under 26, ribatto con la considerazione che il discorso vale, se non di più, anche per una fascia intermedia che va dai 26 ai 30-35 anni.

Un enorme potenziale sprecato per una mancata strategia nei confronti di una fascia d’età impegnata ad indirizzare la propria vita lavorativa (che di questi tempi è ancor più un grosso problema, come ben sappiamo) e che avrebbe bisogno del confronto con il mezzo-teatro ma che non gode di tutela alcuna, né agevolazione tariffaria né facile possibilità di conoscenza di quello che viene proposto in una grande città piena di diverse proposte non meglio identificabili da parte di chi non è del settore.

Peraltro, non tutti a 30 anni sono già professionisti in grado di permettersi prezzi a partire dai 15 euro.

Anzi, questi oggi sono una minoranza, perdipiù assai disattenta.

In buona sostanza, affrontare assieme la questione della politica dei costi del biglietto è fondamentale come categoria così come il proporre agli enti preposti in modo coeso e deciso una strategia che punti a considerare essenziale per lo sviluppo civile delle periferie e della provinciauna gestione dei trasporti che permetta a chi non possiede l’auto di usufruire di teatri e spazi teatrali fino a sera inoltrata pena l’esclusione definitiva di larghe fasce di popolazione da quel riscatto sociale e civile che passa anche, e soprattutto direi, attraverso il contatto con l’arte e con il teatro in specifico modo.

Giovanni Meola

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