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Il drammaturgo  Giovanni Meola, dal suo blog, continua ad osservare la realtà  teatrale attuale e cercare risposte ai tanti interrogativi.

 

3.

IL TEATRO e LA POLITICA

 

Perché i partiti e quindi la politica occupano le poltrone dei cda di festival, fondazioni, teatri ed enti culturali finanziati dal danaro pubblico ?

Perché si avrebbe bisogno di questo baby-sitteraggio da parte dei partiti politici ?

Non è la cultura, con il suo immenso patrimonio ideale ed immaginifico, il luogo della crescita del sé e di una collettività ?

E quindi, non è la cultura un bene collettivo indispensabile a rendere ‘libero’ il cittadino ?

Un incontro virtuoso tra il cittadino e la cultura non è certo determinabile attraverso il ricorso ai partiti e ai suoi burocrati (quando va bene) o faccendieri e compravoti (quando va molto peggio), che liberi evidentemente non sono.

C’è bisogno che la cultura, in tutti i sensi intesa, sia sganciata dal potere (e quindi dai partiti politici che del potere sono oramai oggi negativa ed evidente manifestazione) e sia agita e vissuta da individui che non abbiano a dover pensare alla prossima elezione ma che sappiano scrivere e leggere, parlare e ascoltare, studiare ed elaborare, affermare e negare, proporre e modificare, incontrare e cercare.

Insomma, la cultura dovrebbe essere indirizzata da ‘primus inter pares’ che sappiano parlare una lingua comune, una lingua fatta di studi ma anche di attenzione al mondo che cambia, che non sia paludata ma che non sia superficiale, una lingua in grado di parlare ad età e strati sociali diversi, che non sia prona davanti al potere ma neanche lo sia davanti ad un populismo di bassa lega.

Ecco, una cultura con queste premesse potrebbe illuminare…potere e istituzioni.

 

Ma proviamo a riassumere la risposta alla domanda iniziale: tutto fa brodo e i partiti  politici sono delle enormi macchine multiformi che hanno costantemente bisogno di oliare i propri meccanismi pena la propria scomparsa.

Ecco perché infestano il cda anche dell’ultimo carrozzone sfondato della provincia più lontana e povera.

Altro che ‘la cultura non fa mangiare’: non farà mangiare chi cerca di produrre senso e comunità ma di certo contribuisce a far mangiare la nostrana malata politica.

Arraffare denari, dispensare favori e posti di lavoro seppure a tempo determinato e, quel che è peggio, ridurre le personalità dei favoriti (favoriti da contribuzioni mai certe per tempi e modi) ad esecutori ricattabili e dunque spersonalizzati, ma allo stesso tempo creare potenziali serbatoi di voti da gestire (o da orientare attraverso le pantomime dei favoriti) rende quelle posizioni ambite e ricercate.

Tuttavia, e lo sappiamo tutti benissimo, questo modo di agire ha ormai intaccato potentemente se non definitivamente la capacità di chi gestisce il teatro di rappresentare seppur lontanamente il mondo stesso del teatro.

Che paradosso: in teatro, mondo della rappresentazione, essere rappresentati da chi non ci rappresenta affatto.

La proposta in questo caso è chiara e diretta: mobilitarsi per estromettere in maniera decisa e diretta i partiti e tutte le loro articolazioni dai posti di responsabilità in seno ai cda degli organismi succitati.

Questo non per una vaga e indistinta avversione per i partiti ma per l’ormai evidente e dannosa incapacità da parte della (pseudo) politica di intercettare le necessità profonde della nostra società in sempre più rapida e violenta

trasformazione-involuzione e per la altrettanto grande incapacità di elaborare una sia pur fumosa politica culturale di ampio respiro.

Al loro posto, con una rotazione prefissata di due anni, nominare chi effettivamente fa il nostro mestiere e conosce bene relative difficoltà e strozzature.

In più, stabilire criteri di rotazione degli artisti e delle compagnie al fine di non creare clan legati a carrozzoni di potere di cui nessuno di noi (tranne quelli da sempre omaggiati dallo pseudo potere) sente assolutamente il bisogno.

Per finire, criteri di trasparenza nella presentazione dei progetti e nell’elaborazione delle agende che, per direttori artistici e direttori di festival, devono essere una priorità e non l’ultimo dei loro impegni.

Non posso impiegare quasi un anno e mezzo per ottenere un appuntamento di quindici minuti con il direttore dello stabile della mia città con un percorso alle spalle di quasi quindici anni di attività e sentirmi dire che non mi conosce artisticamente.

Se un artista o una compagnia ha tanti anni (e premi e riconoscimenti e spettacoli prodotti e partecipazioni a cartelloni e festival ecc.) di lavoro e professione alle spalle non può sentirsi dire una cosa del genere perché è precipuo compito di una direzione artistica vedere sapere conoscere informarsi (se accade ad una compagnia che ha tanti anni di attività, seppur piccola ed indipendente, figurarsi cosa accade a quelle con meno anni di esperienza e visibilità).

Come del resto, dovrebbe fare chiunque viva di teatro nel teatro con il teatro.

Sentirsi come dei fantasmi vaganti per la città è sensazione peggiore, assai peggiore di quella che si può provare ad una risposta negativa di una direzione artistica che ha scelto di non selezionare il tuo lavoro, ma avendolo visto e valutato non pertinente.

 

Qualcuno potrebbe obiettare che un direttore artistico può fare e decidere quello che vuole.

Certo, ma a patto che sia…LIBERO.

Siamo sicuri che i direttori artistici dei teatri pubblici (o a prevalenza di contribuzione pubblica) siano davvero LIBERI ?

 

Giovanni Meola

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