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I progetti di Riccardo De Luca ci raccontano di allievi e attori, di vite segnate dall’amore per il teatro, in un’intervista esclusiva per QuartaParete.

Immediatamente dopo la replica domenicale de Il gabbiano, il regista Riccardo De Luca ci concede una conversazione sul percorso intrapreso con i ragazzi di Experimenta teatro intorno ai testi Cechov.

Riccardo, lo spettacolo che abbiamo appena visto, Il gabbiano, è il primo passo del vostro progetto “Cechov Contemporanea Mente”. Raccontaci di questo percorso: che cos’è e come si sviluppa?

Il progetto si riferisce a Cechov ovviamente come “mente contemporanea”: il termine attualità mi pare troppo abusato, ma diciamo che l’autore ha una grande modernità, che come Shakespeare è sempre contemporaneo; Shakespeare nostro contemporaneo, e potremmo dire anche “Cechov nostro contemporaneo”. In tutti i suoi testi c’è molto di sé e molti personaggi riflettono il suo pensiero, che è sempre una riflessione sulle profondità umane e sullo spreco dell’intelligenza: ma perché gli uomini pensano di essere più belli, più ricchi e non pensano ad essere più intelligenti? Lui si poneva spesso questa domanda e nei suoi drammi, anche nel comico, c’è sempre questa esigenza di esprimere attraverso i personaggi i propri pensieri, che richiamano il senso della sanità mentale dell’uomo in equilibrio con sé stesso. Molte delle energie umane si disperdono, anche nell’amore, come nei casi de Le tre sorelle e Il gabbiano, dove ci sono tonnellate di amore che spesso portano fuori strada, fuori di sé, e la riflessione si raddoppia con l’arte. È la capacità dell’uomo di autodistruggersi attraverso l’amore e l’arte, questi due veicoli che invece dovrebbero innalzarlo.
In questo progetto uno dei temi è quello di ripercorrere il Cechov che nei suoi lavori affiora sempre più. Infatti in questo Il gabbiano ogni personaggio rappresenta uno dei suoi argomenti, la Arkadina è l’esibizionismo che mortifica l’arte, Maša è la bellezza e la spregiudicatezza ma allo stesso tempo l’ amore impossibile, Trepliov è l’artista alla ricerca di forme e sostanze nuove ma che, come Amleto (accostamento che c’è spesso, Cechov l’ha ripreso in un certo senso), arriva alle estreme conseguenze, e si suicida; Nina è una soluzione, quella della vocazione che vince la paura della vita (la cosa che riguarda sia noi, gli artisti, sia un po’ tutti coloro che hanno la fortuna di avere una vocazione e di poterla praticare, l’antidoto al fallimento, alla disperazione). E poi ho introdotto un fool cechoviano che riprende i personaggi che ho eliminato e che riporta quelle che sono state proprio le parole di Cechov: questo è un altro dei temi di “Cechov Contemporanea Mente”, di tutte le tappe che faremo, perché questo Cechov tramite i suoi personaggi e i suoi pensieri ci parla sempre di più, fino ad arrivare a Le tre sorelle in cui introdurrò in scena proprio lui, un attore che impersona il suo personaggio, che a questo punto racconta le didascalie (come ne Il gabbiano), s’intromette, architetta, suggerisce e tesse le trame, e allo stesso tempo sarà chiaro che è lui.
“Contemporanea Mente” sta anche nel fatto che si sta lavorando contemporaneamente a tanti testi, come qui che abbiamo lavorato contemporaneamente a Il gabbiano e a Le nozze che andranno in scena insieme o a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro. Piano piano se ne aggiungeranno altri, abbiamo già iniziato ad affrontare gli altri spettacoli.

Parliamo proprio del lavoro più materiale: Cechov è un grande autore e come tutti i grandi non è facile da mettere in scena. Esprime forti moti dell’animo, passioni, serve una recitazione naturale, matura. Come vi siete approcciati a questo tipo di problema, qual è stato il lavoro?

L’arrivo a questa naturalezza è un lavoro da fare con grande profondità, soffermarsi molto e raggiungerla con grande fatica. Chiaramente riuscendo a prendere da ogni attore o allievo-attore quella che è la coincidenza col personaggio, quello che può portare attraverso la personalità e la psicologia dell’attore proprio a quel personaggio: bisogna intravederlo e poi incontrarsi a metà. È uno studio che è partito due anni fa, è stato veramente duro ed è una ricerca, speriamo di arrivarci.
Per quanto possa stilizzare Cechov, devi trovare questo Umano innanzitutto nei personaggi, che sono contraddittori, autodistruttivi, e se non si passa attraverso la profondità della naturalezza non ci credi. Le tecniche dell’attore qui non tengono, la bravura, la forza, la voce, il movimento bisogna farli passare in secondo piano e far uscire quella cosa innanzitutto.

A proposito del lavoro che conducete, puoi raccontarci più in generale cos’è Experimenta, che tipo di proposte offre ai giovani che vogliano avvicinarsi al teatro?

Experimenta ha quattro facce, c’è una compagnia di teatro dove non ci sono più allievi, sono attori seppure giovani, attorno ai trenta, che si mettono insieme e fanno spettacoli, magari prendendo con loro qualche professionista più maturo. Poi c’è un laboratorio di recitazione, dove ci sono giovani di primo, secondo e terzo anno, c’è stata una compagnia di cinema che ha realizzato dei corti in passato e magari, quando avremo la possibilità, ne faremo qualcun altro. E infine ci sarebbe l’esperienza di Experimenta come scuola di drammaturgia (con Manlio Santanelli, NdA), che c’è stata due anni fa e che non abbiamo potuto riprendere per problemi di spazio, ma è una bella possibilità che incrocia il laboratorio di drammaturgia e quello di recitazione che vorrei recuperare. C’è anche uno stage estivo, siamo al quarto anno ed è diventata una tradizione: è sempre su Shakespeare e al Virgiliano, vedremo quest’estate che opera affronteremo. Vorrei tanto fare il Troilo e Cressida, ma ci sono troppi personaggi maschili e generalmente la maggioranza è femminile!

I laboratori si tengono qui, al centro Arci di Cavalleggeri?

Sì, i laboratori si tengono qui, è uno spazio molto ospitale e polifunzionale. Ci hanno accolto molto bene per i laboratori e per le prove della compagnia, per i saggi e gli spettacoli, infatti l’ho ribattezzato “ArciTeatro Cavalleggeri d’Aosta” insomma. Lavoriamo molto bene insieme e da due anni siamo qui, il presidente e responsabile della struttura è Franco Allegretta.

Ci sono altri progetti futuri oltre a “Checov Contemporanea Mente”?

Ora c’è stato Il gabbiano e ci sarà Le nozze la prossima settimana, ma si può cominciare a parlare degli altri programmi. Mi è venuto in mente di fare uno spettacolo intitolato Il Socialismo!, in cui ci sono due atti unici molto poco rappresentati: uno è Un nome equino e l’altro è La corista. E poi volevo mettere in scena due racconti, La fidanzata e Il monaco nero messi insieme, poiché possono intrecciarsi. I due atti unici sono comici di base, e l’ultima parte dello spettacolo sarebbe composta dai due racconti che sono lirico-drammatici. “Il Socialismo!” viene da una frase de La corista, dove Cechov ironizza, tramite un’arpia che sfrutta un ingenuo, sulla dominazione. È importante notare che in Cechov ci sono tutti i prodromi che termineranno nella Rivoluzione d’Ottobre e questo è un tema che finirà ne Le tre sorelle.
Un’altra idea è che mi piacerebbe rifare uno spettacolo sulla figura di Eleonora Pimentel Fonseca, a cui lavorai diversi anni fa in collaborazione con Ester Basile, una giornalista e filosofa che fornì la sua consulenza per questo testo. Si chiamò Con civica espansione di cuore e ci furono poche repliche: ha molti personaggi femminili per cui potrebbe andare (ride riferendosi a prima, NdA). E poi riprenderemo 71 rose di rame, spettacolo che l’anno scorso abbiamo tenuto al teatro Elicantropo, che è dedicato a Fabrizio De André, e si costruisce sulle storie e i personaggi delle sue canzoni.

Dato che ne Il gabbiano, come pure ci hai detto, tra le tematiche c’è la funzione dell’arte equivocata, deleteria e indegna, qual è lo sguardo di Riccardo De Luca sulle difficoltà che l’arte in Italia incontra sempre più spesso, e sul panorama napoletano in particolare?

Giorni fa riflettevo con alcuni amici amanti del teatro che dicevano di quanti spettacoli anche belli, con bravi attori, ci siano in giro nonostante il monopolio di quelle che sono le leve del potere e dell’economia. Com’è che questi spettacoli non girano? Non ci sono soldi, non si possono scritturare tanti attori, non possono muoversi. Ci dicevamo che meraviglia fosse questa città, riguardo a Napoli, sapendo qual è la situazione economica e politica a livello nazionale, che riesce a produrre questa grandissima voglia di esprimersi artisticamente: ed è bellissimo perché non è che siamo tanti eppure ci sono tanti bravi artisti. È la risposta di Napoli da sempre, come con le canzoni, un repertorio di canzoni, di musiche bellissime e di teatro, all’essere maltrattati, sfruttati. Una risposta d’arte del popolo napoletano che è quasi commovente.
Penso che l’unica cosa che possiamo fare è questa, resistere, alla faccia di chi ci vorrebbe far scomparire e dei finanziati, continuare a fare pur senza una lira, senza i mezzi e cercarli, strapparli con i denti. Non è che ci dispiacerebbe essere appoggiati, ma anche senza bisogna continuare con questa risposta spontanea. Io vedo giovani che fanno cose che hanno del miracoloso e questa è una forza che prima o poi dovrà pagare, auguri a tutti, ragazzi.

Venerdì ci sarà la doppietta Il gabbianoLe nozze, cosa anticipi ai lettori di QuartaParete?

È normale stare due ore a teatro però sembra che sia diventata una cosa eroica, quindi gli spettatori della doppia di venerdì saranno eroi. E per Le nozze anticipo che ci sarà una gran confusione tra la Russia e Napoli, una sinergia per cui non si capirà più se siamo a Mosca oppure a Napoli.
Anche qui tornerà il tema “rozza la vita”, la rozzezza della vita, complementare a Il gabbiano, che verrà in primo piano.

Per chiudere, che cos’è per Riccardo De Luca la quarta parete?

È un po’ ciò che bisogna sentire mettendosi sempre “dall’altra parte”. È qualcosa a cui io penso sempre come regista, a cosa possono capire, cosa possono pensare dall’altra parte e cogliere quali sono le sensibilità del mondo. Cercare sempre quali sono le esigenze della quarta parete: il regista deve porsi questo problema, ma anche l’attore deve sentirlo sospendendo il tempo, caricando e scaricando l’emozione, un fatto sia cosciente che incosciente. È uno scambio, e stavo pensando che potrebbe essere costruttivo far scrivere proprio i commenti agli spettatori, aprire un dibattito tra la quarta parete, il pubblico e la scena. Che ne pensate?

 

Presso il Teatro Arci Cavalleggeri d’Aosta, per la rassegna del Comune di Napoli “Natale Ha Napoli”, saranno in scena Il gabbiano e Le nozze di A. Cechov, per la regia di Riccardo De Luca con l’ass.ne Experimenta teatro, venerdì 13 gennaio alle ore 21.00. Nel finesettimana andrà poi in scena Le nozze, secondo passo del progetto “Cechov Contemporanea Mente”.
Informazioni e prenotazioni al 3383252593, su www.experimenta.eu o scrivendo a info@experimenta.eu.

Eduardo Di Pietro

Riccardo, lo spettacolo che abbiamo appena visto, Il gabbiano, è il primo passo del vostro progetto “Cechov Contemporanea Mente”. Raccontaci di questo percorso: che cos’è e come si sviluppa?
Il progetto si riferisce a Cechov ovviamente come “mente contemporanea”: il termine attualità mi pare troppo abusato ma diciamo che l’autore ha una grande modernità, che come Shakespeare è sempre contemporaneo; Shakespeare nostro contemporaneo, e potremmo dire anche “Cechov nostro contemporaneo”. In tutti i suoi testi c’è molto di sé e molti personaggi riflettono il suo pensiero, che è sempre una riflessione sulle profondità umane e sullo spreco dell’intelligenza: ma perché gli uomini pensano di essere più belli, più ricchi e non pensano ad essere più intelligenti? Lui si poneva spesso questa domanda e nei suoi drammi, anche nel comico, c’è sempre questa esigenza di esprimere attraverso i personaggi i propri pensieri, che richiamano il senso della sanità mentale dell’uomo in equilibrio con sé stesso. Molte delle energie umane si disperdono, anche nell’amore, come nei casi de Le tre sorelle e Il gabbiano, dove ci sono tonnellate di amore che spesso portano fuori strada, fuori di sé, e la riflessione si raddoppia con l’arte. È la capacità dell’uomo di autodistruggersi attraverso l’amore e l’arte, questi due veicoli che invece dovrebbero innalzarlo.
In questo progetto uno dei temi è quello di ripercorrere il Cechov che nei suoi lavori affiora sempre più. Infatti in questo Il gabbiano ogni personaggio rappresenta uno dei suoi argomenti, la Arkadina è l’esibizionismo che mortifica l’arte, Maša è la bellezza e la spregiudicatezza ma allo stesso tempo l’ amore impossibile, Trepliov è l’artista alla ricerca di forme e sostanze nuove ma che, come Amleto (accostamento che c’è spesso, Cechov l’ha ripreso in un certo senso), arriva alle estreme conseguenze, e si suicida; Nina è una soluzione, quella della vocazione che vince la paura della vita (la cosa che riguarda sia noi, gli artisti, sia un po’ tutti coloro che hanno la fortuna di avere una vocazione e di poterla praticare, l’antidoto al fallimento, alla disperazione). E poi ho introdotto un fool cechoviano che riprende i personaggi che ho eliminato e che riporta quelle che sono state proprio le parole di Cechov: questo è un altro dei temi di “Cechov Contemporanea Mente”, di tutte le tappe che faremo, perché questo Cechov tramite i suoi personaggi e i suoi pensieri ci parla sempre di più, fino ad arrivare a Le tre sorelle in cui introdurrò in scena proprio lui, un attore che impersona il suo personaggio, che a questo punto racconta le didascalie (come ne Il gabbiano), s’intromette, architetta, suggerisce e tesse le trame, e allo stesso tempo sarà chiaro che è lui.
“Contemporanea Mente” sta anche nel fatto che si sta lavorando contemporaneamente a tanti testi, come qui che abbiamo lavorato contemporaneamente a Il gabbiano  e a Le nozze che andranno in scena insieme o a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro. Piano piano se ne aggiungeranno altri, abbiamo già iniziato ad affrontare gli altri spettacoli.
Parliamo proprio del lavoro più materiale: Cechov è un grande autore e come tutti i grandi non è facile da mettere in scena. Esprime forti moti dell’animo, passioni, serve una recitazione naturale, matura. Come vi siete approcciati a questo tipo di problema, qual è stato il lavoro?
L’arrivo a questa naturalezza è un lavoro da fare con grande profondità, soffermarsi molto e raggiungerla con grande fatica. Chiaramente riuscendo a prendere da ogni attore o allievo-attore quella che è la coincidenza col personaggio, quello che può portare attraverso la personalità e la psicologia dell’attore proprio a quel personaggio: bisogna intravederlo e poi incontrarsi a metà. È uno studio che è partito due anni fa, è stato veramente duro ed è una ricerca, speriamo di arrivarci.
Per quanto possa stilizzare Cechov, devi trovare questo Umano innanzitutto nei personaggi, che sono contraddittori, autodistruttivi, e se non si passa attraverso la profondità della naturalezza non ci credi. Le tecniche dell’attore qui non tengono, la bravura, la forza, la voce, il movimento bisogna farli passare in secondo piano e far uscire quella cosa innanzitutto.
A proposito del lavoro che conducete, puoi raccontarci più in generale cos’è Experimenta, che tipo di proposte offre ai giovani che vogliano avvicinarsi al teatro?
Experimenta ha quattro facce, c’è una compagnia di teatro dove non ci sono più allievi, sono attori seppure giovani, attorno ai trenta, che si mettono insieme e fanno spettacoli, magari prendendo con loro qualche professionista più maturo. Poi c’è un laboratorio di recitazione, dove ci sono giovani di primo, secondo e terzo anno, c’è stata una compagnia di cinema che ha realizzato dei corti in passato e magari, quando avremo la possibilità, ne faremo qualcun altro. E infine ci sarebbe l’esperienza di Experimenta come scuola di drammaturgia (con Manlio Santanelli, NdA), che c’è stata due anni fa e che non abbiamo potuto riprendere per problemi di spazio, ma è una bella possibilità che incrocia il laboratorio di drammaturgia e quello di recitazione che vorrei recuperare. C’è anche uno stage estivo, siamo al quarto anno ed è diventata una tradizione: è sempre su Shakespeare e al Virgiliano, vedremo quest’estate che opera affronteremo. Vorrei tanto fare il Troilo e Cressida, ma ci sono troppi personaggi maschili e generalmente la maggioranza è femminile!
I laboratori si tengono qui, al centro Arci di Cavalleggeri?
Sì, i laboratori si tengono qui, è uno spazio molto ospitale e polifunzionale. Ci hanno accolto molto bene per i laboratori e per le prove della compagnia, per i saggi e gli spettacoli, infatti l’ho ribattezzato “ArciTeatro Cavalleggeri d’Aosta” insomma. Lavoriamo molto bene insieme e da due anni siamo qui.
Ci sono altri progetti futuri oltre a “Checov Contemporanea Mente”?
Ora c’è stato Il gabbiano e ci sarà Le nozze la prossima settimana, ma si può cominciare a parlare degli altri programmi. Mi è venuto in mente di fare uno spettacolo intitolato Il Socialismo!, in cui ci sono due atti unici molto poco rappresentati: uno è Un nome equino e l’altro è La corista. E poi volevo mettere in scena due racconti, La fidanzata e Il monaco nero messi insieme, poiché possono intrecciarsi. I due atti unici sono comici di base, e l’ultima parte dello spettacolo sarebbe composta dai due racconti che sono lirico-drammatici. “Il Socialismo!” viene da una frase de La corista, dove Cechov ironizza, tramite un’arpia che sfrutta un ingenuo, sulla dominazione. È importante notare che in Cechov ci sono tutti i prodromi che termineranno nella Rivoluzione d’Ottobre e questo è un tema che finirà ne Le tre sorelle.
Un’altra idea è che mi piacerebbe rifare uno spettacolo sulla figura di Eleonora Pimentel Fonseca, a cui lavorai diversi anni fa in collaborazione con Ester Basile, una giornalista e filosofa che fornì la sua consulenza per questo testo. Si chiamò Con civica espansione di cuore e ci furono poche repliche: ha molti personaggi femminili per cui potrebbe andare (ride riferendosi a prima, NdA).
Dato che ne Il gabbiano, come pure ci hai detto, tra le tematiche c’è la funzione dell’arte equivocata, deleteria e indegna, qual è lo sguardo di Riccardo De Luca sulle difficoltà che l’arte in Italia incontra sempre più spesso, e sul panorama napoletano in particolare?
Giorni fa riflettevo con alcuni amici amanti del teatro che dicevano di quanti spettacoli anche belli, con bravi attori, ci siano in giro nonostante il monopolio di quelle che sono le leve del potere e dell’economia. Com’è che questi spettacoli non girano? Non ci sono soldi, non si possono scritturare tanti attori, non possono muoversi. Ci dicevamo che meraviglia fosse questa città, riguardo a Napoli, sapendo qual è la situazione economica e politica a livello nazionale, che riesce a produrre questa grandissima voglia di esprimersi artisticamente: ed è bellissimo perché non è che siamo tanti eppure ci sono tanti bravi artisti. È la risposta di Napoli da sempre, come con le canzoni, un repertorio di canzoni, di musiche bellissime e di teatro, all’essere maltrattati, sfruttati. Una risposta d’arte del popolo napoletano che è quasi commovente.
Penso che l’unica cosa che possiamo fare è questa, resistere, alla faccia di chi ci vorrebbe far scomparire e dei finanziati, continuare a fare pur senza una lira, senza i mezzi e cercarli, strapparli con i denti. Non è che ci dispiacerebbe essere appoggiati, ma anche senza bisogna continuare con questa risposta spontanea. Io vedo giovani che fanno cose che hanno del miracoloso e questa è una forza che prima o poi dovrà pagare, auguri a tutti, ragazzi.
Venerdì ci sarà la doppietta Il gabbiano-Le nozze, cosa anticipi ai lettori di QuartaParete?
È normale stare due ore a teatro però sembra che sia diventata una cosa eroica, quindi gli spettatori della doppia di venerdì saranno eroi. E per Le nozze anticipo che ci sarà una gran confusione tra la Russia e Napoli, una sinergia per cui non si capirà più se siamo a Mosca oppure a Napoli.
Anche qui tornerà il tema “rozza la vita”, la rozzezza della vita, complementare a Il gabbiano, che verrà in primo piano.
Per chiudere, che cos’è per Riccardo De Luca la quarta parete?
È un po’ ciò che bisogna sentire mettendosi sempre “dall’altra parte”. È qualcosa a cui io penso sempre come regista, a cosa possono capire, cosa possono pensare dall’altra parte e cogliere quali sono le sensibilità del mondo. Cercare sempre quali sono le esigenze della quarta parete: il regista deve porsi questo problema, ma anche l’attore deve sentirlo sospendendo il tempo, caricando e scaricando l’emozione, un fatto sia cosciente che incosciente. È uno scambio, e stavo pensando che potrebbe essere costruttivo far scrivere proprio i commenti agli spettatori, aprire un dibattito tra la quarta parete, il pubblico e la scena. Che ne pensate?
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