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Cronache teatrali dall’«Avanti!», 1916-1920

 

La nostra ricchezza di Gotta al Carignano

Salvatore Gotta

Dov’è la nostra ricchezza? È nell’attività industriale o nell’agricoltura, nelle speculazioni di borsa o nella coltivazione dei campi, nelle città o nella campagna?

Siamo nel dopo guerra: il problema è, come usa dire, di attualità, non v’è studente che abbia masticato un po’ di scienza economica e politica il quale non si senta in grado di farvi un discorso, con gli ingredienti di uso (le virtú e i vizi di oggi e di una volta, l’urbanesimo, il decentramento regionale, se occorre) la sua brava dissertazione. Salvator Gotta invece ha scritto una commedia; gli ingredienti però sono gli stessi, quelli di una dissertazione accademica di seconda mano. E quanto all’arte? Vediamo.

Tre uomini: un nonno, un padre, un figlio. Il figlio è stato in guerra, volontario, e la guerra lo ha fatto diventare, cosí dice l’autore, socialista. Il padre è un industriale che si è arricchito con le forniture governative. Il nonno è un ricco campagnuolo, che ama la sua casa e la sua terra, che è legato dai piú tenaci vincoli d’affetto e di tradizione al suolo ch’egli coltiva, al podere che è per lui la sola, la vera ricchezza. Tra questi tre uomini dovrebbero sorgere il contrasto, la tensione drammatica e l’urto. E apparentemente sorgono. L’industriale specula, perde, vuol salvare la sua posizione e non vede di meglio che vendere la vecchia casa, liquidare il podere, trasformarlo in ciò che per lui è ricchezza, in denaro da lanciare nel giuoco e nel circolo degli affari cittadini. Per il nonno questa è una enormità: si ribella, resiste, poi non si sa come, cede, vende casa e podere e va in esilio. E il figlio che prima, allontanatosi dal padre, sembrava volersi dedicare egli pure alla vita dei campi, si pone recisamente contro tutti e fa l’organizzatore dei contadini.

Il contrasto, come si vede, c’è. Siamo davanti a tre posizioni mentali, a tre tendenze diverse, a tre diverse soluzioni di un problema. Ma niente di piú. L’urto deriva da una antitesi logica, non da una contrapposizione di passioni, di volontà, di sentimenti.

Dalla prima battuta all’ultima non vi è nulla che accenni a umanizzare il problema, a far sí che i protagonisti cessino di essere rappresentanti di una tesi o di una idea, e diventino uomini. Non vi è, dal principio alla fine, uno sviluppo. Accenti di umanità profonda avrebbero potuto essere tratti dalla posizione della donna che è insieme figlia, sposa e madre, e invece questa donna non ha un’anima, è un piccolo fantoccio che si può far ballare con tre fili diversi, è un brandello di carne che oscilla senza una direzione e senza un significato.

Ma nessuno ha un’anima qua dentro, nessuno vive di una vita che non sia quella artificiale, che l’autore crede possa consistere nell’essere per l’industria o per l’agricoltura, per il denaro o per i campi. E nessuno parla realmente un linguaggio umano: declamano tutti, declamano per l’una e per l’altra tesi.

Vero è che gli artisti si sforzano di aggiungere con l’azione loro ciò che ai personaggi l’autore non ha dato, e, bisogna dirlo, ci riescono talora assai bene. E il pubblico applaude. Applaude un po’ come ai comizi, non perché la rappresentazione artistica lo conquisti e lo faccia vibrare di un sentimento unico, ma perché condivide l’una o l’altra tesi, perché gli piace o non gli piace sentir svalutare il febbrile lavoro delle città di fronte alle calme e sane fatiche dei campi, gli piace o non gli piace veder piú o meno biasimato il contadino che si inurba o quello che resta legato alla sua terra e all’opera sua, e getta contro alla tempesta l’acqua santa invocando da santa Barbara e da san Simone la salvezza delle terre padronali.

Ma a noi, che non vogliamo che dare un giudizio sul valore dell’opera di arte teatrale, sia permesso di non discutere la tesi.

(10 gennaio 1920)

Antonio Gramsci

 

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