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Cosa deve e non deve fare colui che ricopre tale funzione: dalle pagine del suo blog Giovanni Meola affronta il problema.

 

4. DIREZIONI ARTISTICHE

 

La direzione artistica dei festival teatrali finanziati in toto o per gran parte dal danaro pubblico deve prevedere tre anni di mandato più, al massimo, un secondo mandato se il primo ha avuto un buon riscontro qualitativo e quantitativo.

In nessun caso si dovrebbe superare i due mandati.

Questo sia per impedire la creazione di baronati che per garantire la rotazione degli artisti e delle compagnie che mai dovrebbero partecipare a due edizioni consecutive dello stesso festival.

Inoltre, i direttori artistici NON devono firmare alcuna produzione all’interno dei cartelloni da loro messi in piedi.

Sarà pure prassi ma è una prassi, questa, mi si conceda, barbara ed arretrata.

Oltre che un po’ meschina.

Già fare il direttore artistico è, contemporaneamente, sì un onere ma anche e soprattutto un grande onore, utilizzare poi una carica pubblica (perché tale è la direzione artistica di un festival a carattere pubblico, cioè finanziato per intero o per un’alta percentuale da soldi pubblici) per metter su un proprio progetto suona ai miei occhi come il danno oltre la beffa, sotto certi punti di vista.

Non perché una personalità forte come può essere un direttore artistico (che evidentemente dovrà avere dei meriti per essere stato nominato per quella poltrona) non possa trovare i mezzi per produrre altrimenti un suo progetto ma perché la corsia preferenziale, in questi casi, è troppo smaccata nonché eccessivamente penalizzante per tutti i colleghi in lizza con lui per quella carica.

Per non parlare di tutti gli altri.

Dovrebbe essere prassi il contrario, invece: un direttore artistico dovrebbe vedere conoscere studiare approfondire incontrare tutti i colleghi che già conosce ma soprattutto quelli che non conosce per poter decidere la linea d’azione, pratica ed artistica, del suo mandato.

Una direzione artistica non è un lavoro d’ufficio, burocratizzato e impiegatizio, è un’attività creativa che può essere paragonata ad una missione, ad un compito che va al di là del singolo cartellone da mettere in piedi.

Aggiungo infine, anche se può sembrare paradossale quest’interrogativo, che a fronte di tanti direttori artistici a loro volta registi, ve ne sono altrettanti che registi non sono (giornalisti, autori, manager, ecc.): questi come sostituiscono le mancate produzioni ospiti dei propri cartelloni visto che registi e teatranti diretti non sono ?

Non perché uno voglia pensare a male, ma la soluzione ideale sarebbe appunto che il mandato di direttore artistico venga visto e vissuto come un premio e un onore, non come un’occasione.

 

A tutto questo si aggiunge che il finanziamento triennale dei festival deve essere certo e stabilito, messo in bilancio indipendentemente dal colore della giunta dell’ente finanziatore.

In questo modo, si dà garanzia di programmazione al direttore artistico e certezza a compagnie tecnici ed impiegati impegnati nella realizzazione del festival stesso, così da sganciare l’attività delle direzioni artistiche dal politico di turno.

Il che significherebbe rendere tutto più limpido e più trasparente.

E significherebbe anche poter valutare il lavoro svolto dalla direzione artistica attraverso parametri quanto più mirati possiible.

Certo, sostenere che in questo modo tutto sarebbe più limpido e trasparente è come dire, allargando il discorso all’intera società, a chi ruba ed agisce illegalmente che non deve farlo perché così non solo non fa del male a chi subisce materialmente il danno, ma non lo fa nemmeno a se stesso perché permette all’economia nel suo complesso di svilupparsi e crescere senza pagare dazio ad alcuna interferenza indebita (cosa che, sulla lunga distanza, porterebbe notevole giovamento anche a chi agisce in maniera illegale; ma lì poi interviene la mancanza di cultura che impedisce divedere oltre il proprio naso); ma compito di un lavoro di analisi e di proposta che possa nascere e partire da una categoria anomala per definizione come la nostra è proprio quello di rivedere al rialzo tutta la serie di atteggiamenti e situazioni cui siamo ormai assuefatti e la cui assuefazione ci ha portato ormai bellamente ad ignorare.

 

Prima di chiudere, l’ultimo punto.

Quali sarebbero i criteri per valutare qualitativamente e quantitativamente gli operati di un direttore artistico ?

Ovviamente, a seconda della natura e della stazza fisico-spaziale dei festival (ce ne sono di giganti e ce ne sono di piccoli e maneggevoli), il primo riferimento è sempre quello degli spettatori, della loro presenza e del loro gradimento.

Tuttavia, questo indicatore non deve essere il solo e unico.

A mio avviso, altro indicatore importantissimo deve essere quello che misuri la capacità di un festival, attraverso le sue articolazioni e le sue iniziative (che non si esauriscono nella sola proposta di spettacoli e messinscene), di creare comunità e interesse attorno ad artisti e gruppi che decidano di frequentare sentieri non scontati, percorsi di drammaturgia contemporanea ad esempio, con un criterio di rotazione però sempre alla base, ritengo, di un impatto positivo sulle cose del nostro ambiente.

Inoltre, una direzione artistica che si rispetti dovrebbe fare rete, favorire in maniera massiccia e continuata, l’incontro artistico tra giovani (o comunque non ancora affermati ma evidentemente capaci; ed ecco l’impegno profondo e importantissimo di una direzione artistica che si rispetti) autori registi drammaturghi scenografi costumisti e tecnici con grandi nomi, grandi attori soprattutto, la cui esperienza e disponibilità dovrebbe essere messa a disposizione delle generazioni successive per garantire un ricambio all’altezza e non per far semplicemente appiattire su modalità stantie le nuove energie.

Ecco, sulla base di tutto questo si potrebbero stabilire (ad opera di piccoli comitati composti da tre persone, di riconosciuta esperienza, e sulla base di un mandato annuo) i criteri qualitativi e quantitativi per valutare l’operato di un direttore artistico.

Il quale, qualunque siano i risultati da lui ottenuti, dovrebbe avere la certezza assoluta di restare in carica per tre anni (e avere contestalmente la certezza dei finanziamenti stanziati per il triennio) e solo alla fine essere confermato o rimosso sulla base delle valutazioni sul suo operato.

 

P.S. Ovviamente, tutto il ragionamento soprastante può essere applicato così com’è anche agli stabili pubblici o a prevalenza pubblica.

 

Giovanni Meola

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