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Il critico teatrale Giulio Baffi osserva la realtà dei fatti di queste ore e, dal suo blog su QuartaParete, ci racconta il suo punto di vista.

Un attore mi mostra la lettera appena ricevuta: “…gli uffici del T° Mercadante confermano una situazione di grande difficoltà per il pagamento del compenso per lo spettacolo tenuto l’anno scorso… non siamo in grado di anticiparle intanto i compensi che le dobbiamo… e la nostra esposizione non ha altre vie se non quella di procedere legalmente, cosa che in ogni caso non dà una soluzione immediata alla questione…”. Ecco che il tappo sta per saltare. Si procede legalmente. Le imprese sono allo stremo, i soldi, attesi da anni, non arrivano e non si pagano spettacoli, festival, rassegne, iniziative, a cui era stato assicurato il saldo in tempi ragionevoli. E gli attori, che in palcoscenico sono l’elemento più forte dell’architettura costruita senza fondamenta, sono ora l’ultimo anello, il più debole, nella catena di insolvenze che sta per travolgere l’intero comparto della produzione teatrale. Per quanto tempo ancora si potrà andare avanti in questo modo? Lo scaricabarile all’incontrario si ferma quando si arriva agli eterni insolventi: Regione, Provincia, Comune. Possibile che nessuno sappia dire qualcosa di concreto per rendere meno mortificante la condizione degli artisti che hanno lavorato, a lungo e bene, ma che non sanno più come pagare le bollette, e si risponde loro che non ci sono i soldi, cercando così di pararsi le spalle prospettando azioni legali che non porteranno però ad alcuna soluzione immediata? Tacciono intanto gli assessori, ed il loro assordante silenzio è il segno di un’incapacità politica, di un cinismo, di una superficialità vergognosi. Tanto più che intanto invece gli assessori parlano, scrivono, progettano ed annunciano nuove avventure in cui trascinare ancora ed ancora il piccolo esercito sventurato di attori, musicisti, cantanti, artisti a cui si chiederà l’entusiasmo necessario per dare l’ennesima prova  del loro grande talento. Salvo poi a lasciarli nella più assoluta solitudine.

“Dedico questa canzone ai miei amici transgender”, dice Monica Scattini al termine del suo brutto “Unghie”. La canzone è “A modo mio” ma la incancellabile ed invadente memoria di Patty Pravo e di Frank Sinatra s’appanna dietro le sue note stonate. Non ne azzecca una. Un tormento. Finisce così uno spettacolo sconnesso e rumoroso. Perché il “teatro civile” a volte è così brutto? E perchè invece il pubblico applaude, contento di aver partecipato ad un rito che almeno un poco purifica le sciatte coscienze pronte ad accontentarsi di questo scarruffato modo di fare teatro? Meriterebbero di rivedere lo spettacolo almeno cinque volte di seguito. Così imparano. Meglio andare via senza litigare. Ma una riflessione sul teatro che “si impegna ad affrontare i temi scottanti della nostra società” bisognerà pur farla. Serenamente ma senza troppi sconti. Perché per impegnarsi in teatro bisogna lavorare bene. Altrimenti meglio lasciare perdere. Poi magari si arriverà a parlare di Brecht e della sua grande lezione, e ci sarà chi arriccerà il naso.

Bravissimo intanto Andrea Renzi nella sua maratona di “Una solitudine troppo rumorosa”. Renzi costruisce iperboliche drammaturgie d’attore solista ripercorrendo la scrittura del ceco Bohumil Hrabal (Brno, Moravia,1914 – Praga, 1997), geniale protagonista della letteratura mitteleuropea. Renzi iniziò il suo viaggio molti anni or sono, nel 1995, con il bellissimo “L’uomo di carta”, poi, nel 2011, fu la volta di “Hanta e il paradiso delle donne”. Il percorso si conclude ora, doloroso e lucido, con “L’ideale greco del bello”. Chi ha tempo e voglia non si perda questo spettacolo in cui Renzi mette per la prima volta insieme tutti e tre i momenti del suo lungo percorso. Un paio d’ore per una prova d’attore singolare. Come singolare è il linguaggio costruito da Renzi, in sonorità che nel 1995 ci erano del tutto estranee, ed ora invece ci sono familiari. Come sempre, “per caso”, il teatro, e gli artisti che gli danno vita, anticipano i tempi, preparano sintonie, organizzano incontri di cui rimanere sorpresi.

Così si è dimesso! Roberto Vecchioni ha gettato la spugna, perché, come ha detto qualcuno “Napoli non è una passeggiata”. Città-labirinto in cui perdersi, non ha aperto le braccia al presidente del Forum delle Culture. In verità non mi sembra abbia aperto le braccia neanche al Forum. Forse perché non si sa quale sia il suo vero volto, la sua altezza ed il suo peso. Attendiamo pazienti di sapere per quale motivo ed in quale modo saranno spesi i milioni di euro stanziati per l’avvenimento che oramai si avvicina rischiando di trovare la città pericolosamente impreparata. Oltre le frasi di circostanza che non significano nulla, oltre le dichiarazioni magniloquenti di futuri, e generici, successi costruiti non si sa come, sappiamo solo che per ora c’è un nuovo presidente, l’avvocato Sergio Marotta, pescato come un nuovo salvatore nella segreteria del sindaco De Magistris. A lui il compito di costruire l’architettura del prossimo Forum. Aspettiamo pazienti di sapere “con chi”. E, per quanto ci riguarda, per quale programma e con quali collaboratori il Presidente Marotta metterà a punto il progetto di spettacoli che, in una città come Napoli, ed  in una regione come la Campania, non potrà certo essere di secondaria importanza, e neppure disattento alle realtà esistenti, alle poetiche vecchie e nuove, ai rapporti con le molte e differenti realtà del mondo, al presente di qualità, al futuro che avanza, alla cultura dei giovani che debbono trovare spazio adeguato, a quella dei meno giovani che pure qualcosa avranno da dire. Qualcuno ha detto: “faremo rapidamente i bandi e aspettiamo progetti”. Già detto altre volte. Da chi, a chi, con chi? Cosa, dove, come, quando, perché? Si attendono risposte non evasive, e c’è giusto un anno di tempo per realizzare il tutto.

Giulio Baffi

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