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Piccole storie di uomini e donne di un piccolo paese del Sud vanno in scena all’ Elicantropo attarverso i ricordi.

Fabrizio Saccomanno (foto Lucia Baldini)

C’è un punto in cui gli sfortunati e gli infami si confondono in una sola parola fatale: i miserabili.

In un’ora di monologo tanti miserabili passano davanti agli occhi; l’immaginazione, la fantasia dello spettatore beneficia dell’utilizzo profondo e ricercato della gestualità, un’arte che col teatrante si sposa, che tuttavia va maneggiata con cura, usata con cautela. La definizione di cautela è, per l’occasione, il vestito in cui abita quella dote indefinibile del saper fare una cosa ai limiti col grottesco senza eccedere. Non importa cosa si dica o si faccia, pesa di più la maniera.

Fabrizio Saccomanno, il protagonista del monologo Iancu, un paese vuol dire, possiede quella dote; ne dà certezza la sua presenza, la sua fisicità. O forse è un artifizio scenico e testuale ben assemblato, la scrittura dello stesso Saccomanno e Francesco Niccolini, la regia di Salvatore Tramacere e la scenografia di Lucio Diana, un ensemble  di fattori attraverso il quale penetri questa immagine filtrata di creatura pura, quasi diafana tanto limpida appaia. Lui è l’anima della messa in scena perché conquista un diritto che gli spetterebbe già in virtù del suo nome, solo, in locandina. Non invade mai, con la sua persona, i personaggi felliniani della sua storia bensì li anima, appunto, permettendo loro di prendere vita e rendendoli i veri protagonisti: una prerogativa del mestiere, non è detto che tutti la rispettino.

Il resto è una storia, amabile e amara, ricalcante percorsi narrativi e tratti dei personaggi che, riflettendo a posteriori, si ha l’impressione, che diventa poi sicurezza, di aver già sentito e già visto. Non c’è nulla di strano in questo, non vuole essere un’accusa di banalità: scrutare la realtà attraverso gli occhi di un bambino è un esperimento di successo perché costringe lo spettatore a regredire (progredire?) allo stato di innocenza, per garantirgli una soglia minima di possibilità d’accesso al concetto di sorpresa; allo stesso tempo le piccole realtà locali costituiscono sempre una possibilità di ampliamento del raggio d’azione della fantasia:il folklore che le caratterizza giustifica gli aspetti inverosimili. Soprattutto, le piccole realtà, sono squarci visivi esemplificativi sulla natura umana in quanto il rapporto con l’essenzialità, con la semplicità, mette in luce i miserabili tutti, ma li distingue: chi di loro è sfortunato, chi invece è infame.

Condire tutto con il dialetto salentino è la ricetta ideata per Iancu, un paese vuol dire, in scena al teatro Elicantropo sino al 15 gennaio.

Su uno sfondo bianco, seduto su una sedia ianca, con un vestito iancu, il protagonista ci racconta della solita prostituta, del preventivato pazzo del villaggio, dei già sentiti bambini che, per voler fare i grandi, cascano in quella brutta dimensione adulta con un tonfo, senza potere tornare più indietro. Però sono ovvietà che si enumerano a posteriori, all’esterno del teatro, quando si è tornati adulti.

Per un’ora credo che gli spettatori si siano sorpresi come bambini.

 

Andrea Parré

 

Teatro Elicantropo

Via Gerolomini, 3 – Napoli

Info 081 29 66 40

www.teatroelicantropo.com

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