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In città ed in periferia due diverse rappresentazione dell’opera di Brecht sono in scena tra (rare) similitudini e (molte) diversità.

E’ raro che un’opera venga messa in scena contemporaneamente a pochi kilometri di distanza da due distinti e distanti registi. Accade in questi giorni con L’opera da tre soldi di Bertold Brecht, dramma con musiche di Kurt Weill sul quale Luca De Fusco e Salvatore Mattiello hanno inteso confrontarsi, ognuno restituendo il suo punto vista e la sua interpretazione rispetto alla drammaturgia originale.

Accade, così, che il Teatro di San Carlo e la Sala Ichòs si aprano per ospitarne l’allestimento e che il pubblico si divida nella visione dell’una o l’altra messa in scena.

Quello che seguirà, pertanto, è il tentativo di mettere in parallelo le due realtà, il Massimo partenopeo da un lato, una piccola realtà di periferia dall’altro, e trarne una riflessione.

Partiamo con l’analizzare la rivisitazione proposta dal teatro di San Giovanni a Teduccio che, con la rappresentazione dell’opera brechtiana (in scena sino al 19 gennaio), conclude il viaggio intorno a Brecht iniziato lo scorso anno col progetto “Noi e Brecht”.

Frutto di un lavoro attraverso il quale a piccoli passi si è inteso indagare sul teatro del drammaturgo tedesco, mettendo a confronto il proprio modo di intendere il teatro oggi e di rappresentarlo, L’opera da tre soldi, dunque, si pone come il punto di arrivo ma al contempo di partenza per una riflessione più ampia sulle tematiche insite nell’opera, prima fra tutte l’imperturbabilità della società borghese e le sue connivenze, il tutto raccontato attraverso la lente dei mendicanti, delle prostitute, degli ultimi della società e che inevitabilmente trova richiami anche nell’attualità più stringente. Scenografato con fantasia da Ciro Di Matteo e Peppe Zinno, attraverso soluzioni sceniche che hanno saputo sfruttare lo spazio ridotto in modo efficace e funzionale, lo spettacolo vede in scena un nutrito cast di attori nella duplice vesta anche di cantanti  (Teresa Addeo, Elena Calabrese, Rosalia Cuciniello, Francesco De Gennaro, Giorgia Dell’Aversano, Giuseppe Giannelli, Giovanna Iovino, Pietro Iuliano, Elvira Mattiello, Massimo Papaccio, Fatima Romagnoli, Rosa Seccia, Gennaro Sasso, Federico Testa, Peppe Zinno) accompagnati da cinque bravi musicisti  (Mario Del Buono, Lello La Torre, Michele Montefusco, Gino Protano, Bruno Sasso ) diretti da Lello La Torre. Dunque una messa in scena imponente, in rapporto allo spazio e alle disponibilità economiche, quella curata da Mattiello, che ancora una volta con il suo lavoro dimostra l’amore proprio e dell’intera compagnia verso il Teatro, il rispetto con il quale ad esso si approcciano, lo studio che riservano al miglioramento continuo e necessario delle proprie attitudini attoriali, la caparbietà con la quale si fanno altoparlanti di un modo di intendere e fare cultura che non conosce ostacoli tali da fermarsi e che, non da ultimo, svolge la sua attività, in un luogo di periferia ancora troppo acerbo, forse, per comprendere Brecht e quanto altro calca incessante quelle tavole da palcoscenico, ma rispetto al quale è ancora forte la speranza che un cambiamento si possa registrare:

…tanto più impellente oggi dove molti sembrano immobilizzati nelle Istituzioni e nelle Professioni … immobilizzati dentro una condizione statica, stazionaria, che ha minato alla base ogni Spazio per l’Agire umano e che anzi sembra aver reso quest’ultimo in sé obsoleto …


E’andata in scena ieri sera, invece, la versione curata da De Fusco. Anticipata all’ingresso da striscioni di protesta da parte del Comitato indipendente per un Teatro bene comune che rivendica spiegazioni da chi di dovere sul ruolo che deve avere il teatro pubblico e sul modo in cui dovrebbero essere orientati i finanziamenti, alla luce, in particolare, dell’allestimento de L’opera da tre soldi, il cui regista è anche direttore artistico del Teatro Mercadante, del Teatro San Ferdinando, nonchè del Napoli Teatro Festival, lo spettacolo (in replica sino a sabato 21 gennaio) ha visto salire sul palco nomi di grande richiamo, Massimo Ranieri e Lina Sastri, in primis, nei panni rispettivamente di Messer e della prostituta Jenny. Con loro, tra gli altri, Gaia Aprea nel ruolo di Polly, Ugo Maria Morosi in quello di Geremia Peachum, Margherita Di Rauso, nelle vesti della madre-militare Celia Peachum e Paolo Serra in quello del comandante della polizia Jackie Brown.

Calati in un mondo in bianco e nero, essi si muovono a ritmi di jazz tra rottami di computer e altri rifiuti tecnologici, in una atmosfera che però, più che la miseria, intende riprodurre uno sventramento post bellico. Imponente alle loro spalle la riproduzione, a cura di Fabrizio Plessi,  dell’Albergo dei Poveri dalle cui finestre immagini-video si susseguono a sottolineare i passaggi fondamentali della storia.

Ma non è sull’impianto scenico, né sui costumi, né sugli attori scelti ad incarnare i personaggi che qui ci si vuole soffermare (sebbene sia difficile non notare che la Sastri sia apparsa non in piena voce e Ranieri più di una volta abbia mostrato incertezze nella recitazione), quanto sul significato che l’opera così come curata da De Fusco assume e sulle considerazioni che da essa scaturiscono. Ciò che infatti appare chiaro è l’intento  riuscito di trasformare il testo di Brecht in un musical dove sia la maestosità a prevalere, piuttosto che il messaggio politico del dramma. Del resto, lo stesso De Fusco esplicitamente dichiara: « Credo che la parte più politica del testo sia ormai talmente penetrata nella società da aver perso il carattere della novità». Ma è proprio dinanzi ad una tale dichiarazione che chi scrive si domanda come sia possibile ritenere i contenuti politici ormai superati e per questo meritevoli di essere sovrasti, piuttosto, da richiami televisivi, movenze da showman, intrusioni filmiche con conseguente snaturamento dell’opera e del suo aspetto satirico. Eppure la realtà odierna dei teatri così come quella degli operatori culturali in genere e la situazione di profonda crisi che affanna l’Italia intera, è il ritorno a tematiche su cui riflettere che dovrebbe esigere, e non ad eventi che, grazie prevalentemente alla partecipazione di nomi noti al grande pubblico, richiamano spettatori (prevalentemente anziani quelli di ieri) senza però lasciare in essi domande ma solo l’illusione che tutto vada bene, che normale e possibile sia spendere migliaia e migliaia di euro per allestire uno spettacolo, che vedere L’opera da tre soldi piuttosto che un altro musical non faccia differenza alcuna.

 

Chissà Brecht, in queste sere, nel buio di quale teatro si vorrà sedere per sbirciare e commentare…

 

Ileana Bonadies

 

Sala Teatro Ichòs

Via Principe di Sannicandro 32/A  – San Giovanni a Teduccio (Na)

Per info: www.ichoszoeteatro.it – email: mattielli4@alice.it

Tel. 335 765 25 24 – 081 27 59 45

 

Teatro di San Carlo

Via San Carlo, 98/F – Napoli

Per info: www.teatrosancarlo.it

Tel. 081 797 23 31/412

 

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