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L’impianto classico dell’Orestea di Eschilo rivive nella potente rivisitazione dell’opera realizzata da Peppino Mazzotta e Igor Esposito.

La tragedia – afferma Aristotele nella sua Poetica – è una «imitazione di vicende che suscitano pietà e terrore e che mettono corpo alla purificazione di tali emozioni». Questa è la perturbante esperienza nella quale si è prepotentemente gettati nell’assistere a Radio Argo, trasposizione in chiave moderna, condotta sulla originale e raffinata riscrittura di Igor Esposito, dell’Orestea di Eschilo, magistralmente interpretata e diretta da un Peppino Mazzotta in evidente stato di grazia. L’opera – già andata in scena al TAN di Piscinola e che da ieri sera sino a domenica 22 gennaio sarà ospitata dalla Galleria Toledo – ripercorre fedelmente le vicende e la struttura narrativa della trilogia eschilea, ovvero l’Agamennone, Le Coefore e Le Eumenidi, col preciso intento di metterne in risalto, mediante un’audace e sapiente rivisitazione drammaturgica e scenografica di forte impatto emotivo, alcuni fondamentali plessi tematici tra loro intimamente intrecciati. Sono così il potere, la colpa, il castigo, il perdono, l’amore, la morte, il tempo ad essere scandagliati a fondo attraverso una polifonia di voci che si rifrange e promana dall’esile corporeità dell’unico attore in scena, proteiforme veicolo di carne delle sei figure spettrali di volta in volta evocate sul proscenio. Tutto si svolge in un’ambientazione lugubre, claustrofobica e quasi asfittica che sembra mescolare, in maniera volutamente confusa, elementi scenografici a metà strada tra il pulp e il kitsch cui fanno da cornice, sullo sfondo, le inquietanti video-installazioni ideate da Fabio Iaquone e Luca Attilii. L’insieme è scandito armonicamente dalla suggestiva e inedita architettura sonora in quadrifonia realizzata da Massimo Cordovani.

Al centro della scena campeggia, come un monolite, la postazione di Radio Argo dalla quale lo speaker, depositario della memoria del passato, tiene narrativamente insieme le maglie di cui si compone la storia. Ecco dunque avvicendarsi Ifigenia, Clitennestra, Egisto, Agamennone, Cassandra e Oreste, tutte metamorfosi interpretative visceralmente vissute e impersonate da Mazzotta in un serrato caleidoscopio di voci, di gesti, di volti, di sfumature psicologiche. I personaggi sono tutti ritratti come “maschere tragiche”, sono il simbolo, tipico della Modernità, attraverso cui esprimere la condizione lacerata e disperante dell’individuo. La maschera, infatti, protegge e dissimula concedendo un’unità solo illusoria, poiché al tempo stesso disvela il desiderio di metamorfosi, la volontà di trasformarsi e di essere altro, la tendenza dell’io alla frantumazione e dispersione di sé.

Alcune di queste maschere si imprimono nella memoria dello spettatore per la loro dirompente carica espressiva e simbolica. Come dimenticare, ad esempio, Ifigenia che, avvolta in un impermeabile il cui cappuccio le nasconde il viso, si regge a stento in piedi su enormi scarpe a spillo sorretta da una stampella; o Cassandra, raffigurata come una sorta di terrificante manichino il cui capo, ricoperto da un burqa, è tenuto sospeso ad un gancio; o infine Agamennone, la cui grottesca figura si erge supponente da un pulpito intenta a proferire, ancora una volta, “la bestemmia malata del potere”. Ed è appunto questa bestemmia ad insinuarsi come un morbo in chiunque sia disposto a darle voce e fiato, a piegare le gambe a chiunque si lasci sedurre dai sui richiami. Così tutti i personaggi sono costretti ad aggirarsi sulla scena su una sedia a rotelle, come a voler suggerire l’effetto distrofico inoculato dalla menzogna del potere, tutti ad eccezione di Oreste, l’unico a reggersi sulle proprie gambe, forte del suo anarchico gesto finale che incarna il «disperato canto di redenzione di chi il potere allontana».

Sull’intero racconto aleggia costantemente la forza corrosiva e dissolvente del tempo, al cui incessante scorrere nulla riesce a sottrarsi. Quello che rimane, alla fine, è un atto di pura accettazione della vita nel suo perenne fluire, ineffabile come «un filo d’erba in un pomeriggio d’estate».

 

Armando Mascolo

 

Galleria Toledo, Teatro stabile d’innovazione
via Concezione a Montecalvario 34, Napoli

Informazioni e prenotazioni:

telefono: +39 081 42 50 37 / +39 081 42 58 24
ore 10:00-14:00 / 15:00-18:00
fax +39 081415935
galleria.toledo@iol.it
www.galleriatoledo.org

 

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