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Dalle pagine di QP, Giovanni Meola continua la sua lucida analisi sul teatro offrendo significative occasioni di riflessione.

 

5.

RAPPORTI TRA ENTI e SOGGETTI TEATRALI

 

Uno dei problemi maggiori delle compagnie (e degli organizzatori) riguarda i ritardi nei pagamenti degli enti con cui si collabora.

Atteso che questa è una problematica di tutto il sistema-Italia e che in altri ambiti produttivi i ritardi a volte riguardano decine di milioni di euro, nel nostro settore questa prassi diventa addirittura letale per quelle compagnie che si reggono solo grazie alla puntualità di saldi e pagamenti.

Del resto, il ragionamento è sempre lo stesso: perché un ente pubblico stanzia una cifra, organizza o fa organizzare una manifestazione, pretende giustamente che la manifestazione vada in porto secondo accordi e poi non salda (o salda dopo mesi se non anni) adducendo come scusa di non avere danaro ?

Se il flusso diventa, per così dire, regolare nell’irregolare allora le cose possono pure funzionare (io compagnia pago i miei attori e i miei tecnici con somme introitate per spettacoli o manifestazioni precedenti ma dei quali solo adesso ho ricevuto il saldo mentre i  prossimi impegni li saldo con i soldi che mi arriveranno, ovviamente in ritardo, per la manifestazione che ora metto in campo) ma quando il flusso si interrompe per un qualsiasi motivo, ecco che scoppia la bolla.

E se si tratta di compagnie che hanno la necessità di raggiungere dei minimi in termini di giornate lavorative, bordereau o contributi versati, ecco che per non perdere il giro, la compagnia in questione rischia di entrare nella spirale dei prestiti e degli interessi (per poi, prima o poi, inevitabilmente fallire) mentre per una compagnia che non vive di sovvenzionamenti pubblici, il blocco del flusso dei pagamenti dovuti significa semplicemente la stasi.

La stasi di una barca a vela che, in mezzo al mare, subisce la bonaccia.

E la stasi, per una piccola compagnia, significa la morte.

Se non morte concreta almeno dal punto di vista creativo (autocensurarsi e quindi non pensare ipotizzare produrre provare a distribuire).

E se una compagnia muore creativamente viene meno alla sua mission, alla sua ragione d’essere.

 

Ecco che diventa fondamentale elaborare una proposta che permetta di non subire più alcun ricatto (dovuto sempre alla esiguità delle possibilità di lavoro che ci mette un contro l’altro armati) e di pretendere certezza nei tempi di pagamento.

Non ce la possono garantire ?

E allora si deve avere la forza di ideare azioni che possano controbilanciare i ritardi e le omissioni e le scostumatezze e le superficialità degli enti che non pagano se non in colpevole ritardo.

Si può ipotizzare di creare e diffondere una sorta di pagella (o di rating come si direbbe in termini finanziari, visto che le nostre esistenze sono sempre più dominate da queste forze che da quelle che viviamo percepiamo e agiamo con i nostri corpi e i nostri sensi) dei singoli enti, indicando ritardi e somme dovute, invitandoci reciprocamente a boicottare il tale ente.

Decidere di bloccare noi le attività per un certo periodo e non essere costretti a bloccarle a causa degli enti può essere un’azione di grande spessore e di grande importanza, anche se mette a rischio la sopravvivenza stessa di piccole e grandi compagnie.

Ma ovviamente non può essere questa una soluzione, per così dire, normativa.

Ecco che questi spunti di riflessione possono mettere in moto energie tali da individuare nuove forme di organizzazione del lavoro e nuove forme di autotutela che da anni il nostro settore non mette assolutamente più in cantiere.

 

La dignità stessa di chi è costretto ogni volta a spiegare daccapo all’assessore di turno la sua storia, la sua idea, la sua proposta risente di una totale nostra invisbilità che non penalizza solo noi o la nostra cosiddetta categoria ma inficia la valenza del migliore dei progetti perchè, laddove accolto e finanziato, questo risente e risentirà quasi sempre di una sorta di peccato originale ovvero la mancanza di totale libertà.

Non sempre, sia ben chiaro, ma molto spesso sì.

Purtuttavia si deve cercare di campare, anzi di sopravvivere, ed ecco che l’eterna recita del vendere e del vendersi va in scena e, bene o male, nel proporci non facciamo altro che continuare a legittimare frotte di persone non tanto disinteressate (sarebbe il minimo) ma ignoranti.

Assessori, funzionari, pseudo-politici ignoranti che ignorano di esserlo e che, se messi di fronte all’evidenza, la maggior parte delle volte reagiscono con l’arroganza dell’ignorante che si offende se tale viene definito.

Un cane che si morde la coda.

È per questo che è pressante l’invito a cercare nuove forme di convivenza con la cosa pubblica, oggi più che mai che i tagli vanno a colpire l’unico settore in grado di creare un moltiplicatore sociale e di energie, cioè quello della cultura.

Ma è tipico di chi ignora non conoscere i pregi i vantaggi i margini di moltiplicazione di quello che non capiscono,

in questo caso della cultura appunto.

Se non si ignorasse tutto questo, non esisterebbe il problema.

 

E se la strada da seguire fosse quella di andare a rappresentare, raccontare, leggere dentro la casa comunale ?

Se queste persone non vengono e non verrano a teatro, forse il teatro (in tutte le sue accezioni) potrebbe e dovrebbe fare una capatina in quella che è (o meglio, dovrebbe) la casa di tutti.

Utopico, retorico? Forse.

Ma noi non possiamo e non dobbiamo più accettare pedissequamente questo stato di cose perché, semplicemente, tutto questo non ci rappresenta, tutto questo fa di noi dei fantasmi.

 

Giovanni Meola

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