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Chiusosi il sipario su L’opera da tre soldi andata in scena a Sala Ichòs, incontriamo il regista perchè ci racconti il suo punto di vista su Brecht ed il ruolo del teatro oggi.

Con L’opera da tre soldi da lei diretta, si conclude il percorso di avvicinamento a Bertolt Brecht nell’ambito del progetto “Noi e Brecht” che quest’anno ha sicuramente caratterizzato il vostro cartellone.

Perché la scelta di indagare sulla drammaturgia di Brecht e di individuare tracce brechtiane anche in altre opere?

Si conclude questo percorso di avvicinamento a Brecht è vero ma magari se ne sta già riaprendo un altro che porti al “Galileo”… Chissà… Se leggi la prima battuta della scena dell’abbaino del Baal, che è il primo testo di Brecht ed è anche la terza tappa del nostro progetto “Noi e Brecht”, ti accorgi che già c’è il Galileo “… quando si sta distesi sull’erba e si guarda il cielo ci si accorge con le ossa che la terra è rotonda e che noi voliamo…” . Questo per dire che non esistono semplicemente dei testi di Brecht ma tutto un mondo di Brecht che personalmente non smetterei mai di indagare.

Io distinguo due fasi del rapporto di Ichòs Zoe Teatro con Brecht: la prima nella quale segmenti di un nostro modo di fare teatro erano “inconsciamente” brechtiani, parlo in primo luogo di … Conversazioni… e  Stazionaria;  la seconda in cui segmenti sempre più marcati si sono “coscientemente” voluti costruire in maniera brechtiana anche laddove sembrava non potessero esistere, penso ad alcune scene del nostro Ferdinando e ad altre delle nostre Cinque rose di Jennifer dove ci sono vere e proprie citazioni del maestro di Augusta…

Poi venne, poi è venuto, inevitabile, il tempo del confronto diretto con le sue opere.
Distinguo anche due estremi che hanno caratterizzato il mio personale approccio a Brecht: il primo avvicinandomi a piccoli passi incerti di neonato alla sua opera e nello specifico a L’opera da tre soldi; il secondo manipolando con fare adulto e con mani adulte un testo intemperante, impetuoso, traboccante di vitalità, al limite della non rappresentabilità, quale è il Baal.

Essere dapprima neonati e poi adulti di fronte a Brecht può dare l’idea della strada che si è fatta e del tempo che è passato.

Giorgio Strehler in un suo appunto su L’opera da tre soldi, di cui curò la regia in diverse edizioni, scrive: «Dalla comprensione della realtà (come sempre) può nascere o non nascere la necessità della rappresentazione dell’Opera da tre soldi, oggi». Qualora sia d’accordo anche lei con questo assunto, quali sono state le domande, le urgenze che ha avvertito e a cui Brecht l’ha aiutato a dare una risposta?

Il punto credo non sia a quali domande, a quali urgenze Brecht mi abbia aiutato a dare risposte, ma da quale punto di vista mi abbia suggerito di guardare le cose, e credo di non inventare niente se dico dal punto di vista della dialettica che sostanzialmente significa guardarle anche con gli occhi dell’altro.

Quando riusciamo a metterci nei panni dell’altro e prendiamo a guardarci con i suoi occhi, il più delle volte ci sentiamo inchiodati a noi stessi  – al macigno che ognuno di noi è – in maniera drammatica… Ed è esattamente questo ciò che fa Brecht: ti inchioda! Ti lascia senza alibi. Nudo di fronte a te stesso. Alla nuda e cruda realtà, di cui sei soltanto un frammento – una dinamica – con la fortuna o la sfortuna di essere quello che sei.

Nell’ultimo concerto di De André gli ho sentito dire uno dei pensieri più belli che abbia mai sentito «Ciò che più ho imparato sugli uomini è che non c’è mai troppa colpa nelle cose cattive che fanno e mai troppo merito in quelle buone…». È questa una delle verità più sconvolgenti e sorprendenti della reale condizione umana. Verità traboccante di profondissima umanità e profondissima pietà. Che poi è il pensiero conclusivo de L’opera da tre soldi “… non vi accanite troppo sul peccato … in breve da sé nel proprio gelo sarà estinto”.

Appena dopo l'”Opera”, con Santa Giovanna dei Macelli e coi drammi didattici e con tutto quello che verrà, con ciò che insomma con felice formula si definisce l’umanesimo marxista di Brecht, la fortuna e la sfortuna, o se si vuole il destino di ognuno, smette di essere segnato ed è con la Organizzazione e – perché no! – col teatro, che si possono determinare le condizioni per cambiare lo stato delle cose.

Qui nasce la militanza di Brecht e, per riallacciarci al discorso di prima senza lasciare appese le citazioni che dette così spesso lasciano il tempo che trovano, non nasce quella di De André che rimane splendidamente anarchico.

Dell’adattamento messo in scena, su quali aspetti vorrebbe che gli spettatori concentrassero in particolare la loro attenzione?

Sulla capacità che ha un piccolo teatro di periferia di allestire uno spettacolo quale è L’opera da tre soldi, non rinunciando a nulla di essa… Sulla scelta di puntare su un sapere “tecnico” che sa di antico, di spago, di fieno, di elettricità e non di elettronica… Sulla opportunità di mettere in scena e di confrontarsi con un testo che è fondamento della storia del teatro ed è allo stesso tempo una lama che squarcia qualsiasi velo di ipocrisia…

Passaggi dell’Opera del tipo “… cosa ci posso fare io se gli uomini hanno la capacità di rendersi per così dire sensibili a proprio piacimento … ” o ancora  ” … così accade che se uno vede un mendicante all’angolo di una strada la prima volta è disposto a dargli dieci scellini… La seconda cinque… Ma se lo vede una terza volta lo consegna direttamente alla polizia…” oppure … fossimo tutti buoni si vedrebbe la terra trasformarsi in paradiso…” ma sono infinite queste lame nell'”Opera” e non si può star qui a riportarle tutte. E non si può negare che riguardano direttamente noi, non chissà quali parti di noi che stanno chissà in quale profondità dell’io ma di quelle che agiscono tutti i giorni nelle dinamiche sociali.

In una nota lei sottolinea quanto le piaccia «interferire – da regista nel lavoro degli altri». Questo lascia intendere che con gli autori con cui si rapporta e confronta prima di dirigerne la drammaturgia, instaura un rapporto dinamico, di scambio reciproco di esperienze: ci può raccontare come avviene tale approccio? Da dove parte?

Non a caso ho usato il termine “interferire”, perché di questo si tratta, del coraggio, ovvero di prendere un testo tra le mani e portarlo in altre direzioni senza tradirlo. Più semplicemente si tratta di individuare una fessura nel testo,  guardarlo da lì e spingere, spingere e vedere se “tiene”… Così è accaduto ad esempio per Ferdinando di Annibale Ruccello da cui abbiamo eliminato il personaggio di Ferdinando ma neanche una delle sue battute… È accaduto per Le cinque rose di Jennifer mettendo addosso a quel personaggio quarant’anni di vita e vedere cosa sarebbe successo. È accaduto per La classe morta di Kantor messa in scena insieme a Cantieri Teatrali a cui ha fatto seguito un mio testo, Karont… e ‘a luna che è anagramma di Kantor e capire quanto di lui e della sua lezione avevamo capito.

Se metto tutto questo insieme come la tua domanda mi costringe a fare, sorrido e sono contento perché mi accorgo della piccola storia che stiamo scrivendo.

Fare teatro in periferia, senza l’appoggio delle istituzioni, è un atto encomiabile di coraggio e di amore verso questa arte: nei quasi 10 anni di attività di Sala Ichòs, l’erosione dell’immobilismo imperante delle istituzioni e della società/pubblico, a che punto sta, oggi?

In realtà con il 2012 siamo al nostro dodicesimo anno di attività… Al di là degli encomi, del coraggio, dell’amore, dell’arte, degli immobilismi, delle istituzioni, ciò che mi interessa stabilire oggi è che il Teatro sia un Luogo!
Non un tempio certo. Non un luogo di culto, ci mancherebbe. Ma un luogo della realtà.
So bene che vado contro molti con questa affermazione, contro lo stesso Brecht per cominciare, contro Pasolini e il suo Manifesto per dirne un’altra e contro tante avanguardie, eppure oggi dovunque arriva la televisione, anzi le televisioni, la rete, il cinema, il calcio…

Che il teatro sia un luogo della realtà dove andare.
Che il palcoscenico stesso sia un luogo della realtà.
Che Sala Ichòs continui e riesca ancora a riferire di tutto questo.

 

Ileana Bonadies

 

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