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Poesia e follia nel doloroso monologo del Teatro Nucleo di Ferrara, in scena per “L’Indispensabile”.

Chi abbia voglia di spassarsela, di distrarsi e di riderci su, chi abbia voglia di non pensarci, chi abbia voglia di buttarsi alle spalle l’amarezza ed andare a teatro – oppure al circo – per trovare l’intrattenimento di una sera; chi ama i clown infine, si tenga alla larga da StudioTeatro in queste serate. In scena fino a domenica per “L’indispensabile”, ore 21.00, c’è infatti Il pagliaccio degli schiaffi, di e con Antonio Tassinari: uno spettacolo che indaga a tentoni nel buio dell’esistenza, senza tralasciare alcuna denuncia di miseria, alcuno sfogo circa l’invivibilità del mondo.
Certo, lo sfogo è quello di un clown troppo umano, ed è drammaturgicamente più corretto dire che lo spettacolo ufficiale non andrà mai in scena. Il padrone invia il pagliaccio ad intrattenere il pubblico, fino a che lo show non sia pronto, e lui traccheggia tra lazzi che non fanno ridere e dolorose gag basate su sé stesso, sulla manifestazione del proprio male di vivere, sul denudamento dell’io: del suo stesso corpo segnato come quello di qualunque altro uomo, per il solo fatto di esistere. Inizialmente si presenta come “il maggiordomo della pista”, vicino alla conclusione si definirà “il pazzo della pista, il pazzo perso della pista” con “due ferite purulente nelle cervella”: tra queste parentesi, l’attesa del richiamo del padrone, sotto gli occhi partecipi degli spettatori, in quella attesa che è la vita, piena di vuoto.

Fin qui può sembrare che il “pagliaccio degli schiaffi” possa inscriversi nel poco originale e molto efficace filone dei pagliacci tristi – quello di Opinioni di un clown o del Totò de Il più comico spettacolo del mondo, per intenderci, – ma, con la sua pesante valigia “piena di lacrime”,  il dramma che reca il personaggio è ben più problematico. Appare di una chiarezza inquietante nei tratti profondamente tragici che disegnano il volto di Tassinari, nel trucco che colora la sua toccante espressività, e nei versi di León Felipe che costituiscono il testo. Il lavoro condotto dalla storica realtà ferrarese del Teatro Nucleo propone una confessione intima, e per questo straziante. Le “medit/azioni blasfeme” di cui si parla nel sottotitolo si basano sull’equazione pagliaccio-poeta e aspirano a una valenza assoluta.
Il mondo ha bisogno di poeti per poter sopportare gli stenti che giorno per giorno massacrano l’uomo, e tanto più pesante è il cuore di un pagliaccio emarginato dalla civiltà odierna, per cui il passo da poeta a folle è molto breve. “Il mondo è pieno di sani di mente”, questo lo scandalo paradossale del clown che non fa ridere – che anzi, mangia cipolla e rigetta il vino che tenta di ingerire. Tutte le sue pietose riflessioni oscillano tra la figura sognante e affranta con il naso rosso, e l’alter ego clown bianco, senza naso e con il cappello, coscienza crudele e disincantata che, nelle mosse raccolte e nelle parole sferzanti, concentra un sadomasochismo senza possibilità di salvezza. Non vige giustizia tra gli uomini, è stata uccisa, e dato che non c’è speranza, il pagliaccio ammette la propria colpa: non nei confronti di una possibile idealità della vita, ma nei suoi stessi confronti per la mancata integrazione tra gli abitanti della terra, per la mancata sottomissione alle leggi dell’umanità imperante, per l’onore immeritato di portare la propria pelle – e di conseguenza, la colpa è forse anche nei confronti altrui.

Il pagliaccio è così “degli schiaffi”, perché imprime sulle proprie guance i colpi che riceve continuamente dall’esistenza, e perché può forse restituirne qualcuno in questo modo, urlando per la sofferenza. È un percorso viscerale come quello della poesia, che conduce al dissidio e allo straniamento tra l’umano e il non umano che si cela in ognuno, palesato dal clown mentre manovra e osserva sé stesso con il burattino prima, e il pupazzo (realizzato da Alfredo Iriarte) poi, che lo trasfigura.
Alla fine il pagliaccio dal cuore colmo appare comunque lieve tra le piume che sparge intorno e con cui è disposto a pagare il prossimo: si risolve a tenere personalmente l’annunciato spettacolo, ma forse è tardi. Rimane indietro, in ritardo rispetto al mondo che non è disponibile a indagare, ad approfondire e ammettere con la poesia il proprio malessere. Il dramma che reca il personaggio è proprio qui: l’unico mezzo per salvarsi, è questo.

Eduardo Di Pietro

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