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La Compagnia MusellaMazzarelli porta in scena l’invito esplicito ad una profonda riflessione.

È un attimo e il grottesco ti si scaraventa addosso. Un altro istante e si intuisce che la definizione di grottesco è inappropriata, perché ciò cui si assiste non è alterità rispetto al vero. Passa ancora un secondo e la sensazione di sconforto rischia di prendere il sopravvento: quel presunto grottesco non è assurdo come sembri e soprattutto è riconducibile a noi, che se non ne siamo artefici diamo ampie dimostrazioni di collaborazionismo.

Figli di un brutto Dio è una parabola sull’attesa.

Non è una scoperta, l’intento della rappresentazione è dichiarato dalle sinossi stampate che ci si ritrova tra le mani prima dell’ingresso, esternato a caratteri cubitali dall’elemento scenico più emblematico tra quelli utilizzati: tre cifre, la sigla di un autobus che non passerà.

Eppure vale la pena sottolineare che questa cosa non sia passata inosservata, cioè che aldilà di una costruzione intelligente e ben congeniata fosse decifrabile il corpo centrale, quella che appare l’intenzione reale, il vero obiettivo dove il breve racconto di due spaccati d’Italia inesorabili volesse portarci.

Si aspetta che accada qualcosa, lo si fa perché è fisiologico aspettarselo recitando il ruolo dello spettatore, ma si percepisce dal principio una rotta differente.

Tappeti musicali in crescendo senza un colpo di scena, due “invisibili” mossi dalla speranza che qualcosa li illumini, convinti che accadrà, aggrappati nel frattempo ad un legame inspiegabile, un’affabulante simulazione di una presentazione di risultati tecnici ad una convention aziendale, un piccolo (e forse leggermente approssimativo) ritratto delle dinamiche dello showbiz televisivo italiano; salvo un epilogo toccante e drammatico, non succede nulla, se non il dispiegarsi e prodigarsi dell’attesa: la maniera più corretta per rispettare una premessa.

In buona sostanza è il grido per una pretesa libertà di scelta: attendere deve essere un diritto, un’opzione, non un obbligo.

Paolo Mazzarelli e Lino Musella sono tanto enigmatici quanto attraenti sul palco. Non lasciano modo di essere considerati singolarmente in virtù del fatto che la differenza tra i due, in quanto a impatto scenico e modalità recitativa, viene del tutto soppiantata da un amalgama perfetto, in grado di generare, oltretutto, ispirazione e vena creativa per raccontare attivamente i nostri tempi.

Il senso di precarietà da cui si viene irradiati è sufficientemente potente da porre chi assiste dinanzi alla consapevolezza di essersi asserviti, chi più e chi meno, all’attesa, pur senza volerlo.

L’attesa è speranza, essere obbligati a rimetterci nelle sue mani vuol dire decadenza.

La scrittura della pièce risale al duemiladieci, sono seguiti ad esso altri lavori della coppia che ci si augura di poter vedere presto a Napoli. Possibilmente, con qualche spettatore in più.

Si fa ancora in tempo ad andare a vederli, lo spettacolo è in scena al teatro Elicantropo sino al 22 di gennaio.

Andrea Parré

Teatro Elicantropo

Via Gerolomini, 3 – Napoli

Info 081 29 66 40

http://www.teatroelicantropo.com/

 

 

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