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Il potere contrapposto alla semplicità in una favola dal significato metaforico.

Quella di Colapesce è una storia lontana, che affonda le sue radici nella tradizione siciliana del XIV secolo e racconta di un certo Nicola soprannominato Colapesce per la sua abilità di muoversi in mare. Parte da qui Antonio Iavazzo per il suo Nicolamm(a)ore, in scena lo scorso 21 e 22 gennaio al teatro Civico 14 di Caserta.

Delle numerose varianti locali di questa leggenda il drammaturgo e regista napoletano sceglie la partenopea, quella a lui più vicina e congeniale per approdare ad un qualcosa di nuovo, completamente trasformato con innesti ed integrazioni. Su questo humus fa crescere  un’opera che non è fatta solo di prosa, ma anche di danza e musica. Ma andiamo per ordine. Innanzitutto ci sono in una Napoli del’700 otto interpreti (sei attori e due ballerini) con costumi d’epoca e tre musicisti. C’è prima di ogni cosa lui, Colapesce, un giovane incompreso che si muove tra la terra e il mare e che ripete a chi lo circonda:«Voi niente potete capire del mare». C’è sua madre, una donna in nero che canta l’amore e al contempo la sofferenza per un figlio diverso dagli altri. E poi ci sono il re ed il suo cortigiano, quelli che la sua diversità la usano. Il re, affascinato dalle potenzialità di sfruttamento della sua condizione di uomo-pesce, lo utilizza come avamposto affidabile del mondo marino, sottomarino che naviga dove nessuna flotta può arrivare, e blandendolo con le nomine tanto pompose quanto fittizie di duca, conte e barone, lo rende suo messaggero per far pagare le tasse agli abitanti del mare. Alla fine il re dichiarerà guerra al mare gettandovi una palla di cannone che Colapesce cercherà di fermare sacrificando la sua vita e salvando il mare (mondo).

Tutto questo prende vita in scena come una sorta di musical della tradizione popolare. Tarantelle e tammurriate, la sirena Nunù che evoca quasi il varietà, atmosfere barocche e danze di corte attorno al trono, elementi esoterici di una Napoli visionaria e mistica. E poi ancora dietro bianche lenzuola, video installazioni di Edoardo Di Sarno e la proiezione de “Lo Guarracino” di Michelangelo Fornaro, stop-motion film finalista ai David di Donatello nel 2005.

Al centro di tutto la figura di Colapesce, eroe che assume i connotati di una figura salvifica. In questo allestimento che oscilla tra la farsa ed il dramma, l’opera buffa e la tragedia contemporanea, Colapesce incarna la semplicità, simboleggia il giusto e la misura che si fanno spazio tra avidità e profitto. Il mito è tramandato carico di valenze simboliche e metaforiche, di suggestioni visive e sonore per una lettura moderna dell’antico, e che fa risalire a galla qualche speranza di una vera rigenerazione.

 

Angela Lonardo

 

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