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La mostra fotografiche dedicata a Vitiello, la drammaturgia di Castellucci, proposte di sviluppo per il San Ferdinando: dal suo blog su QP, Giulio Baffi racconta il mondo del teatro.

“Due teatri un regista – Napoli Teatro 1963/1985” è una mostra che dovreste vedere. O almeno dovrebbero vederla tutti quelli che di teatro si nutrono. Pensata e realizzata da Giovanni Girosi e Paola Visone, è un omaggio al lavoro quasi ventennale di Gennaro Vitiello, ma è anche un prezioso documento di quanto teatro è stato fatto a Napoli in anni lontani e importanti. È l’Accademia di Belle Arti di Napoli che l’ha organizzata insieme con l’Associazione Scena Sperimentale Gennaro Vitiello di  cui è presidente Cordelia Vitiello. Personalmente sono molto coinvolto da questa mostra, una parte di quelle foto e di quegli spettacoli fanno parte della mia breve vita d’attore poco gratificato e della mia lunga e gratificante carriera di spettatore e di lavoratore nel mondo dello spettacolo di questa città.

Centocinquanta metri lineari di mostra, con fotografie, locandine, manifesti, articoli di giornale, appunti, bozzetti, testimoniano e documentano la stagione della “ricerca” teatrale napoletana di cui fu perno il lavoro tenace e colto di Gennaro Vitiello e del suo Teatro Esse prima e del Libera Scena Ensemble dopo. Tutto documentato con pazienza e passione, e in parallelo (ecco l’unicità della mostra di Giovanni Girosi) quanto intanto andava in scena per merito di altri semiclandestini “gruppi di ricerca” e quanto offriva il “teatro ufficiale”. C’è da rimanere sbalorditi per quantità, varietà e qualità di proposte. Spettacoli come Tardieu 6, selezione di sei piéces di Jean Tardieu tradotte da Gennaro Vitiello, e poi SpaSaMiOliPi con micropiéces di Spatola, Miccini, Bonito Oliva, Pignotti, I Cenci di Artaud, Massa Uomodi Ernst Toller, Il folle la morte di Hugo von Hofmannstal I pupi dallaTragicommedia di don Cristobal e della comare Rosita di García Lorca, de I Negri di Jean Genet, di di Medea, che Vitiello elaborò da Seneca e Vauthier, sono la testimonianza di una idea “europea” del teatro che Gennaro Vitiello aveva chiara e profetica. Giovani attori come Leopoldo Mastelloni che fu strepitosa “Regina dei negri”, Giuseppe Barra, Lucio Allocca, Adriana Cipriani, Davide Maria Avecone, Angelo Baldroccovich, Dely de Majo, Enzo Salomone, Tony Fusaro, Mario Salomone, Sergio De Santis, Giovanni Girosi, Odette Nicoletti, Roberto De Simone con la sua giovanissima Nuova compagnia di Canto Popolare, Marisa Bello, Giuseppe De Nubbio, Lello Serao, Maria Izzo, Silvana Lianza, Costantino Meo, Fernando Pignatiello, sono solo alcuni dei tanti che sono cresciuti con e grazie al lavoro di Vitiello documentato in questa bella mostra che potrete visitare fino a giovedì 8 marzo.

 

Dunque Romeo Castellucci è andato in scena a Milano con il suo “Sul concetto del volto nel figlio di dio”. Fuori scene d’intolleranza. Il teatro blindato è una vergogna, le polemiche che hanno preceduto lo spettacolo sono una vergogna. Perché mi sono sembrati pretestuosi e volgari prepotenze gli argomenti messi in campo per “impedire” la rappresentazione. Il teatro è libertà di esprimersi e di inventare, toccando se possibile i nervi scoperti di una società. E siamo, al solito, a dover rifiutare l’integralismo e il partito preso, l’ignoranza e la superficialità, e soprattutto il divieto “per tutti” che segue e fa spazio alla tolleranza “per pochi”. In un puntuale articolo pubblicato da la Repubblica di domenica Concita De Gregorio spiega punto per punto i passaggi della drammaturgia di Castellucci eliminando ogni possibile equivoco sulla pretesa di blasfemia del suo spettacolo. Non sono credente ma ho massimo rispetto per chi ha fede, qualunque fede, ma come non mi sognerei di assecondare alcuna offesa così rifuggo da ogni imposizione che mi impedisca di assistere ad uno spettacolo in nome di umorali pretese morali. Non amo particolarmente il teatro di Castellucci e l’idea di una provocazione fatta di disagio e di cattivi odori mi infastidisce non poco. A me come a tanti la libertà di andare o non andare a vedere “Sul concetto del volto nel figlio di dio”. Ai cattolici la necessità forse di interrogarsi sul concetto di misericordia e di pietà, ed anche di rispetto per chi la loro fede non la condivide e non la oltraggia.

 

Il Teatro San Ferdinando di Napoli torna al centro delle polemiche, ma soprattutto del dibattito di quanti hanno a cuore la vita culturale di questa città a volte sconnessa e chiacchierona, molte volte inconcludente e inconcreta. Un gruppo di ragazzini e la loro scorribanda nel ridotto del teatro ci hanno fatto scoprire ancora una volta (la cosa avviene periodicamente senza che si cerchino e trovino soluzioni adeguate) le “difficoltà del territorio” e la “violenza urbana”, oltre che la scostumatezza imperante e la scarsa attenzione che si dedica al mondo dello spettacolo, salvo poi a ricorrere ad attori ed artisti quando c’è bisogno di dare lustro a un incontro o a un progetto da pubblicizzare. Sono piovute da ogni parte dichiarazioni anche spudorate, per affermare l’importanza di questo bellissimo teatro che Eduardo acquistò e ricostruì dopo la guerra, ma che Napoli ha trascurato in modo vergognoso.

Quale sorte per il San Ferdinando? Il sindaco De Magistris annuncia progetti immediati, l’assessore Antonella Di Nocera auspica imminenti iniziative che ne segnino il rilancio, Luca De Filippo spera che questa sia l’occasione «per cogliere lo spunto per una riflessione seria e cercare di dare al San Ferdinando quella funzione che il teatro si merita», chiedendo a Comune e Regione, sindaco ed assessori, ma anche politici impegnati a far vivere Napoli oltre le quotidiane emergenze ed al direttore del Teatro Stabile Luca De Fusco, di darsi da fare per far diventare il San Ferdinando «un punto di riferimento per il quartiere e per la città di Napoli; cosa che adesso non è, perché nel tempo la città se ne è allontanata ed il quartiere non lo sente più come un suo patrimonio».

Ecco che mi chiedo se un teatro può avere una “funzione” che vada oltre la rappresentazione di una serie di ottimi spettacoli e la formazione di gruppi di attori o di spettatori più colti, magari anche attraverso un’attività didattica continuata e prestigiosa? Questo dovrebbe essere davvero il progetto che la città, attraverso le decisioni e le iniziative frutto del lavoro politico di chi la governa, dovrebbe fare suo. Un progetto che parta dall’attività del Teatro San Ferdinando, e mi permetto di ricordare anche dal vicino Teatro Totò che da anni lavora con pazienza e con qualche successo, ed investa un quartiere che veda in questa attività una crescita culturale, civile ed economica per l’intera comunità che vi vive. Non basterà una bella programmazione per fare amare il Teatro a chi vi abita vicino. Il progetto che ci aspettiamo dovrà essere più ampio, prevedere un’attività ampia e continua di spettacolo, ma anche incentivazioni per chi avvia iniziative commerciali come bar, ristoranti, librerie, negozi che rendano il quartiere vivo e frequentabile anche da turisti e da giovani, una organizzazione vera e stabile della rimozione dei rifiuti, una sistemazione della piazza e delle strade adiacenti, l’aumento dell’illuminazione serale e notturna, la possibilità di raggiungere il teatro senza auto e quella di parcheggiare senza ansie e conflitti. E non dimentichiamoci che il San Ferdinando ospita quella straordinaria raccolta “Il mito del palcoscenico – L’Attore napoletano” che in anni lontani ho potuto mettere insieme per documentare l’unicità di un universo d’artisti di teatro che soltanto la nostra città può vantare e che potrebbe essere meta di visite per giovani studenti e per turisti se solo fosse promossa ed organizzata secondo moderni criteri di marketing culturale.

Far vivere il San Ferdiando “tutto il giorno” è una parola d’ordine magnifica, ma nessun teatro può vivere senza che il quartiere che lo ospita ne trovi convenienza e sintonia.

Giulio Baffi

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