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Fino al 29 gennaio, in scena al Théatre de Poche “Il barbone a gettoni”, vicenda  di un possibile chiunque.

Le storie più impensabili si nascondono dietro ai clochard. Sono impensabili in quanto misurate in rapporto all’immagine stessa di un senzatetto. Più che per il tipo di storia, però, ciò che si ritiene impensabile è che una storia ci sia stata, che sia stata quanto più prossima ad una storia comune, e che sia finita col trasformarsi nella sintesi di un fallimento.

Quasi al termine del suo monologo, Zorro, il protagonista de Il barbone a gettoni, racconta di aver visto gli altri allontanarsi da lui, così come la sua macchina si allontanava dal cane che abbandonava: ugualmente bestie.

Sarà che il senso comune del distacco è una forma come un’altra di rifiuto verso l’idea che un destino di quel tipo possa capitare a chiunque? Forse è così perché Zorro ci confida di come, all’improvviso, il suo piano si sia inclinato, senza che lui avesse potuto prevederlo o in qualche modo provocarlo, lasciandolo lì, inerme, come una bandiera in balìa del vento, una nave che aveva perso il suo attracco.

In qualunque modo ci si arrivi, indipendentemente dalla drammaticità dei fatti che causano l’inclinazione del suo piano, il protagonista mette lo spettatore di fronte ad una riflessione che è in qualche modo apologia della sua condizione. Il cane, in procinto d’essere abbandonato, è in principio restio all’ordine di scendere dalla macchina, è, forse, pure afflitto dal gesto dell’abbandono, dall’ostilità che deve affrontare, però, una volta sceso, non rincorre l’auto che si allontana. Tale e quale è l’uomo, che rimpiange la cattività sino a quando non l’ha persa.

Tratta da Zorro di Margaret Mazzantini, la trasposizione teatrale ad opera di Ettore Nigro e Rosario D’angelo per la regia di Carmen Pommella, è animata da una viva alternanza di stati d’animo del protagonista, ora leggero ed ironico come le sorti gli hanno imposto d’essere, poi commosso nel ricordo di quelle stesse vicende.

La scenografia è austera, in linea con la povertà di chi la abita: Zorro, interpretato da un Rosario D’angelo pienamente penetrato e immedesimato nel suo ruolo, intervalla il parlato a normali atti di routine di un senzatetto; fa in pubblico ciò che tutti faremmo in privato essendo, lui, privo di privato e abituando lo spettatore alle sue pratiche sconvenienti man mano che i minuti passano, sino al punto in cui le dita nel naso, le eruttazioni e le sue confessioni erotiche non sono più motivo di disagio.

Tra i tanti spunti interessanti, passa con grande forza quello secondo il quale il patrimonio più grande di un barbone è il tempo, la possibilità di fruirne a proprio piacimento e di gestirlo con l’unico vettore vincolante del libero arbitrio.

Provando a trarre delle conclusioni, si finisce col pensare che la vita di Zorro non sia poi l’effetto di un piano inclinato, quindi di qualcosa che sia andato storto, ma che si tratti, invece, con tutti gli annessi e connessi del caso, di una possibilità alternativa tra le tante e, perché no, di una scelta: nessuna delle possibilità, questo è certo, offre un’opzione di svincolo totale dalla sofferenza.

 

Andrea Parré

Teatro de Poche

Via Salvatore Tommasi 15,  Napoli

Tel: 081 549 09 28 – 339 650 79 49

email: info@theatredepoche.it

sito web: www.theatredepoche.it

Repliche fino a domenica 29 gennaio.

 

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