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Il regista e drammaturgo Saverio La Ruina indaga a fondo nei buchi della storia.

Non si può non notare. Non si può fare finta di nulla. Arriva a Napoli un vincitore del Premio Ubu, arriva a Napoli uno degli artisti più interessanti, innovativi, eclettici del panorama teatrale. Arriva a Galleria Toledo Saverio La Ruina e in sala ci sono trenta persone. A stento occupiamo le prime due file. Forse anche a Napoli c’è bisogno di una Casa dello Spettatore, c’è bisogno di educare, di ricominciare a preoccuparsi più del pubblico che dei budget per realizzare gli spettacoli. C’è bisogno di un luogo che racconti chi sta arrivando in scena, chi è, che fa, cosa ha fatto.

Saverio La Ruina, fondatore di Scena Verticale e, insieme a Dario De Luca, responsabile del più importante festival del Sud Italia, Primavera dei Teatri, mette in scena Italianesi, neologismo che fonde le parole “Italiani” e “Albanesi” e ovviamente c’è un perché.

Ottimo narratore, in grado con pochi ed efficaci gesti ripetuti incessantemente di incollare lo sguardo degli gli spettatori su di sè, anche in questo suo nuovo spettacolo sceglie, come forma vincente di racconto, il monologo, probabilmente spiazzando critici e parte del pubblico che si sarebbero aspettati un La Ruina in uno spazio corale, e dopo due spettacoli “al femminile”(Dissonorata, che gli ha regalato meritatamente l’Ubu, e La Borto), diventa uomo sul palco. Diventa sarto, cambia la famosa sedia che lo ha accompagnato negli ultimi anni e al suo posto sceglie uno scanno d’acciaio con rotelle, chiaro riferimento al campo di concentramento così ben descritto nella storia che racconta.

Come egli stesso afferma, “bisogna essere radar” per captare storie taciute, nascoste, dimenticate, della nostra Italia “di pittori, cantanti, musicisti”. Il Radar-Saverio funziona e dopo la condizione della donna nel meridione, il tema dell’aborto, ci teletrasporta in un campo di prigionia albanese. Ci fa viaggiare nel tempo riportandoci agli anni in cui gli italiani invasero l’Albania impegnati come tecnici nella ricostruzione del Paese, e restarono poi lì bloccati, dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando la nazione dalla bandiera rossa, divenne un satellite dell’URSS, ed i civili accusati di essere “nemici” del regime comunista. Le frontiere vennero chiuse: nessuno poteva entrare, nessuno poteva uscire. E dentro restarono paradossalmente anche gli italiani traditori, quelli che appoggiavano il capitalismo, amici degli americani, nemici della patria albanese.

Rinchiusi nei campi di prigionia, sottoposti ad estenuanti interrogatori, lavori forzati, torture, vennero segregati fin quando non scoppiò una bomba all’ambasciata russa. Chi poteva essere stato se non gli italiani traditori? Così vennero espatriati sui traghetti diretti in Puglia. Vennero espatriati gli uomini ma non le loro mogli, non i loro figli.

E’ così che La Ruina ci racconta di un bambino che vede partire il padre, di un bambino che sogna l ‘Italia, gli italiani, il diventare italiano. Bambino italiano e straniero in Albania. Ma poi accade che dopo quarant’anni cade il muro di Berlino, cade il comunismo, vince l’ideologia americana. Allora gli italiani imprigionati diventano liberi. E il bambino, diventato quarantenne, parte per la patria tanto sognata, parte in cerca del padre che si è fatto una nuova vita in Sardegna. Il sarto interpretato da La Ruina, quello col ginocchio fracassato dalle torture albanesi, dopo essere stato per quarant’anni italiano in Albania, diventa albanese in Italia.

Forse nelle recensioni non dovrebbero essere esposte le trame in modo così dettagliato, ma questa volta è sembrato indispensabile farlo per, ancor di più, accendere i fari su una storia dimenticata e che, invece, va riportata alla memoria. Forse bisognava raccontare solo di una scena scarna, di una musica dal vivo suonata da un musicista, l’ottimo Roberto Cherillo, nascosto dietro un velo di nebbia, forse bisognava raccontare di un disegno luci finale che colpisce nel profondo, ma questa produzione di Scena Verticale, per l’intensità che la contraddistingue, ha meritato tutti i maggiori dettagli descrittivi di cui sopra perchè è semplicemente da vedere.

Da vedere per la potenza storica, civile, perché scava in quelli che Montale definiva “i buchi della storia”, le trappole non raccontate dai vincitori, le tragedie di uno stato che preferisce dimenticare e mentire piuttosto che ammettere i propri errori.

Di storie così ce ne sono tante, ma di attori capaci di raccontarle pochi.

Ed Italianesi, come i precedenti, è un testo che verrà ricordato a lungo, fitto e preciso, “colorato” e vivo, in un italiano-calabrese alla portata di tutti.

C’è bisogno di una rivalutazione storica, di nuovi sussidiari, di riesumare scheletri fastidiosi, perché «l’Italia è un paese bellissimo, ci sono le città più belle del mondo: Roma, Firenze, Venezia. Perché l’Italia è un paese di pittori, musicisti e cantanti».

 

Rosario Esposito La Rossa

 

Galleria Toledo, Teatro stabile d’innovazione
via Concezione a Montecalvario 34, Napoli

Informazioni e prenotazioni:

telefono: +39 081 42 50 37 / +39 081 42 58 24
ore 10:00-14:00 / 15:00-18:00
fax +39 081415935
galleria.toledo@iol.it
www.galleriatoledo.org

Ultima replica domenica 29 gennaio ore 18.

 

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