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Al Teatro Nuovo, spazio all’arte di Marco Mario De Notaris che, tra storia e invenzione, regala una serata magica.

Quando d’un tratto ci si sente scaraventati dal nostro tempo al 1348, quando il buio, rischiarato da una sola lanterna lontana, sembra invadere lo spazio ed entrare nelle membra, dentro i corpi degli spettatori, quando la voce, la mimica, la drammatizzazione di un singolo uomo sulla scena producono tale molteplicità di stati febbrili in sala, allora siamo davanti ad uno spettacolo da non perdere.

E Gentil sorella, rimanda lo voler tuo è davvero tutto ciò.
Marco Mario De Notaris, scrittore, regista e attore della pièce, va ben oltre la resa stereotipata e solita della riflessione tra vita e morte; egli forza questa dicotomia, la piega, la contestualizza in una delle epoche più oscure della storia dell’Occidente, la sublima con una recitazione piena di slanci, tra rime laide e sacre, tra sonetti infernali e celesti, riproponendo, in chiave comica, quello sperimentalismo linguistico che fu del Dante della Commedia, così prossimo alla turpe materia de lo ‘nferno, così vicino al canto della verità.
E scese la notte sulla Sala Assoli del Teatro Nuovo, e giunse l’uomo, che tutto rischiara, se guidato dall’amore per il vero e dall’assioma stesso dell’amore: il nostro trovatore, calzamaglia nera, camicia d’arancia, può cominciar la sua “passeggiata onirica in tempo di peste”,  alla ricerca di una locanda sperduta nello spazio infinito e buio, invisibile agli occhi, remota speranza d’un giorno migliore.
Ah, com’è indigente la vita di un comico, quanto patisce chi canta d’amore, costretto a dormire per strada e a bruciar le sue poesie per tenersi caldo; se poi si spegne anche la fedele lucerna e intorno si stringe più cupa l’oscurità, nessuna speranza di riveder lo cielo.
A meno che, assidua compagna della vita – e in sala presente attraverso il di lei simbolo più chiaro, lo scheletro -, non giunga la morte, la quale, dichiarandosi innocente circa il propagarsi della pestilenza, rinnova il movimento sulla scena.
Ma ecco un lumicino notturno, forse la locanda non è poi così lontana.
Due tavole pittoriche medievali ospitano i personaggi della locanda: sulla prima una Madonna ( tratta dalla “Annunciazione” di Simone Martini) e due musici ( che ricordano Giotto), sulla seconda un timido innamorato e un monaco, i quali contestano il licenzioso cantare del trovatore.

All’interno della discussione, il nostro espone con chiarezza la sua denuncia: son molti quei cantori che poetano in trobar clus, in una lingua ostica e incomprensibile, e fintantoché esisteranno gli stolti che si faranno gabbare, ascoltando cose che non capiscono, questa tecnica poetica mistificatoria avrà la meglio. Il ruolo del comico è quello di trobar leu, di produrre versi chiari e comprensibili, e di far sorridere, anche se non ne ha voglia, anche se “sua madre è all’ospedale, se la sua fidanzata l’ha lasciato”.

Con un tono sempre sognante, che stimola un sorriso gustoso e un piacevole senso di calore, il trovatore segnala il pessimo stato igienico-sanitario medioevale e le angherie del sistema feudale.
Abbandonato la locanda, all’interno della quale ha lasciato “sagome, ombre di un mondo finito, resti senza gloria”, ad attenderlo, puntuale la morte. E stavolta per fare un po’ di strada insieme…
Meravigliosa, come già suddetta, è la mescolanza linguistica dell’opera: a sonetti di Rustico Filippi, Cecco Angiolieri, Dante e tanti altri si alternano forma colloquiali moderne (come “OK” o “Wow”), creando un effetto straniante e coinvolgente che affascina.
Un’opera che non stimola gli applausi; semplicemente perché nessuno vorrebbe finisca.  Complimenti.

Antonio Stornaiuolo

 

Nuovo Teatro Nuovo

Via Montecalvario, 16 – Napoli
botteghino:  081 497 62 67

botteghino@nuovoteatronuovo.it

http://www.nuovoteatronuovo.it/

Ultima replica domenica 5 febbraio ore 18.

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