Manlio Boutique

Paporreta: ripetizione meccanica di ciò che è stato imparato a memoria senza essere compreso.

La fatica basterebbe da sola a ripagare gli sforzi. Il dolore alle ossa è un memorandum che appaga e regala un senso di pienezza con azione edulcorante sugli effetti dell’acido lattico.

Distinzione abbastanza netta passa tra il lavoro coadiuvato da passione e quello che ne è del tutto privo: il dolore causato dal primo è dolce, appagante e stimolante; l’altro appaga sino a quando non se ne afferra la futilità, la sterilità.

A Studio Teatro la messa in scena termina, si spengono le luci, si indugia con l’applauso solo per paura che non sia ancora il momento giusto, non perché non sia meritato. Torna il giorno artificiale e quattro volti stremati appaiono (Sebastiano Conticelli, Simona Di Maio, Giorgia Guarino, Dimitri Tetta), li si vede per la prima volta, hanno indossato per tutta la durata della rappresentazione delle maschere artigianali tese a dissimularne l’identità.  La loro fatica è commovente, è soddisfazione piuttosto che stanchezza.

La compagnia Il Teatro nel Baule è personificazione del concetto di laboratorio, inteso nel senso etimologico del termine. Il loro è un ammirevole atto di devozione, sottomissione e genuflessione, oltre che immedesimazione, verso lo spirito parodico cui gli studi compiuti li hanno condotti.

I personaggi, non hanno nome e caratterizzazione fisica, sono “tipi” primordiali e rudimentali. I loro corpi e un itinerante linguaggio che tocca le sponde del latino prima, di volgari approssimativi e artificiali poi e, infine, del volgare ufficiale, costituiscono il substrato sul quale si muove la facezia che la compagnia mette in piedi per mostrarci la delirante logica del dispiegarsi del genere umano; dal momento della sua nascita (piccole e  raggrinzite larve dai movimenti epilettici), passando per un accenno allo sviluppo fisico e morale, per poi dedicarsi sin da subito al culto spontaneo, la devozione all’icona. Pratiche simboliche accompagnate da litanie che etichettano quei momenti stessi con assoluta ironia, stupidità spudorata e voluta: la matrice è la prassi abituale seguita nelle festività Carnevalesche in età medievale, il sovvertimento della struttura sociale col basso che si arrogava il diritto di deridere l’alto; più di tutto, derogare al rispetto del culto, dell’intoccabile, con la licenza di prendersene gioco.

È una descrizione dissacrante e insolente di tutto ciò che concerne la meccanica, incondizionata e metastorica (quindi riguardante anche la contemporaneità) assuefazione ad atti collettivi assolutamente incondizionati e spuri, dunque senza origine, bastardi: Paporreta , nient’altro di più.

Battesimi rudimentali e venerazioni simboliche varie, di cui alcune di ardua interpretazione, sono tutte narrate con lo spirito del “diritto alla cazzata”.

L’atto finale, invece, quello dell’identificazione di Gesù come Cristo, del martirio del redentore per mezzo della crocifissione, è l’unico in cui l’esecrabilità di fondo svanisce, il solo momento in cui un volto prima degli altri viene scoperto dalla maschera, quasi una catarsi.

Per la verità si ha tutta l’impressione che il finale sia generato da un’esigenza divulgativa ed un rinculo di seriosità che appare stridente se rapportato alle frequenze su cui si muove il resto della messa in scena, ma non c’è dubbio sul fatto che questa scelta (peraltro diversa rispetto alle precedenti rappresentazioni dello spettacolo) possa essere ben giustificata, o che comunque non sia stata, anch’essa, soggetto di profonda riflessione da parte della compagnia.

Paporreta infame – dissacrazione grottesca è uno spettacolo complesso e criptico, lo è per una causa non riconducibile alle intenzioni, ad una volontà preconcetta di renderlo tale, ma all’ambizione altissima che si pone: per seguirlo e comprendere una percentuale, seppur minima, della sua anima bisogna che lo spettatore si apra pienamente alla mortificazione e all’autocritica. Spogliati di una qualsivoglia condizione di cui possiamo fregiarci prima di accomodarci, ci accorgeremo di essere tutti, chi più e chi meno, vittime ed oggetto di derisione dei quattro buffoni che ci troviamo davanti.

C’è possibilità di riflessione sino a domenica 26 febbraio, ore 21.00.

Andrea Parré

 

 

STUDIOTEATRO – Laboratorio Permanente di Formazione dell’Attore

Pallonetto S.Chiara, 15 (nei pressi di P.zza S.Domenico Maggiore) – Napoli

info@studioteatro.it

Tel. 081 078 1981

 

 

Print Friendly

Manlio Boutique