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Benedetto Casillo è Jennifer nell’allestimento dell’opera di Annibale Ruccello diretta da Pierpaolo Sepe.

Fonte foto ufficio stampa

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La Jennifer immaginata dal regista Pierpaolo Sepe, al suo debutto in prima al teatro San Ferdinando di Napoli il 28 febbraio, è vestita di bianco e nero, ha una parrucca bianca e si muove in uno spazio dove è ancora il bianco a dominare. Pochissimi sono gli elementi scenografici usati: una bianca porta scorrevole sul fondo, il bianco nome di Jennifer scritto a caratteri cubitali e sospeso a mezz’aria, cinque rose, finalmente rosse, portate in scena dalla protagonista e adagiate in un vaso nel punto del palco più vicino agli spettatori.
Dunque una scena asettica quella che si presenta al pubblico ed in cui si muove il travestito Jennifer, interpretato da Benedetto Casillo, nel vivere uno dei tanti giorni della sua esistenza.
Giorni sempre uguali, sempre “vuoti”, sempre in attesa di una telefonata di Franco, ingegnere genovese conosciuto tempo addietro, e con cui ha intrapreso una relazione a cui lei attribuisce il termine “amore”; giorni animati solo dallo squillo incessante del telefono da parte di persone che, a causa di un guasto alle linee telefoniche, sbagliano numero, e dalle canzoni trasmesse alla radio, dove alle dediche degli ascoltatori, si alternano le voci delle cantanti preferite di Jennifer, Mina, Patty Pravo, ma anche gli annunci dei sempre più frequenti omicidi nel quartiere in cui ella stessa abita, per mano di un serial killer spietato.
Scritta da Annibale Ruccello ed interpretata dallo stesso autore nella prima rappresentazione nel 1980, nelle intenzioni di Sepe, la Jennifer che va in scena, come spiega lo stesso regista nelle sue note, «ha un corpo pesante, schiacciato dall’età oltre che dalla sua ambiguità. Un corpo vecchio, un corpo ai margini del tempo più e oltre che della società»; ciò che però subito salta agli occhi di chi scrive e che tale “invecchiamento” fatto subire al personaggio, non ha influenze incisive sullo svolgersi della storia, sull’evoluzione del protagonista, sul modo in cui esso si relaziona con i personaggi “fantasmi” con cui parla al telefono (il commendator Antonetti, l’amica Janice ed altri utenti), e che riflettono la sua stessa condizione di solitudine ed attesa, né con quello che realmente entra in scena e veste gli abiti di Anna (Franco Javarone), una vicina di casa di Jennifer, anch’egli travestito.

Fonte foto ufficio stampa

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La mancanza della scenografia (ad eccezione del secondo nome, quello di Anna, anche esso scritto a mò di gigantografia e calato dall’alto per poi diventare tavolo o all’occorrenza seduta per gli attori che dialogano), l’assenza sul palco degli oggetti che Jennifer, prima, ed Anna, poi, continuamente simulano di toccare, muovere, spostare, accendere, posare, inoltre, costringe gli attori a mimare i movimenti e ciò fa sì che si richieda una attenzione particolarmente assidua al pubblico che facilmente potrebbe non intuire cosa sta accadendo, soprattutto se si considera che molto spesso la gestualità appare confusa e non precisa.
In particolar modo, però, viene da chiedersi perché, se la scelta è stata quella di ridurre al minimo l’uso degli oggetti (escluso il vaso che contiene le rose, gli unici oggetti in scena sono un portafoto ed una candela), ad essere stati eliminati siano stati proprio quei due che svolgono un ruolo incisivo nella dinamica dell’insieme: ovvero il telefono e la radio, il cui squillare ed il cui risuonare rappresentano altrettanti “personaggi” dello spettacolo, dunque fondamentali ai fini della messinscena.
Eppure solo qualche tempo fa si era avuto modo assistere ad un altro spettacolo di Ruccello, sempre diretto da Sepe con l’intensa Maria Paiato, e si era molto apprezzato in quel caso la nudità della scena, la sua dimensione raccolta che sembra molto ben sposarsi ai testi del drammaturgo, il ricorso, anche in quella occasione, a lettere enormi che andavano a comporre la scritta “Anna Cappelli”, bilanciato, però, e in ciò sta forse la differenza, dalla ricchezza di sfumature, di toni e movenze,  regalate al personaggio dalla sua interprete, e dalla cura di ogni dettaglio.
Sfumature e dettagli che per Le cinque rose di Jennifer sembrano essere mancati, andati persi in quel bianco che ha dato all’ambiente tutto un carattere di asetticità tale da anestetizzare anche i sentimenti, l’aspetto ilare che alcune battute avrebbero dovuto sottolineare (e che comunque la gran parte degli spettatori ha apprezzato e accolto con risate), l’empatia che sarebbe dovuta scattare nei confronti della storia e dei suoi personaggi e che invece non si è determinata.
Una storia, uno spaccato di vita – quello visto – che è scivolato addosso senza lasciare traccia alcuna, senza far rabbrividire, emozionare come è invece accaduto alla sottoscritta in occasione di altri adattamenti della stessa opera; un bianco che toglie spessore, annulla ogni riferimento legato al tempo e al luogo, per il quale anche il colpo finale resta muto, senza fragore.
Applausi calorosi e attestati di stima a Casillo da parte del numerosissimo pubblico della prima.
Repliche fino a domenica 4 marzo.

Ileana Bonadies

TEATRO SAN FERDINANDO
Piazza Eduardo De Filippo, 20 – Napoli
Biglietteria  081 29 18 78
Orario spettacoli: giovedì, venerdì e sabato ore 21.00 – domenica ore 18.00

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