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Dalla Napoli di Annibale Ruccello, la solitudine di Jennifer si trasferisce nella periferia napoletana di Salvatore Mattiello.

Foto Teresa Rotondo

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Il regista Salvatore Mattiello torna, a grande richiesta, a calcare il palco della Sala Ichòs con l ‘opera Le cinque rose di Jennifer (1 e 2 marzo) , scritta dal drammaturgo napoletano Annibale Ruccello. La “rinnovata” Jennifer si presenta al pubblico attualizzata nella nostra contemporaneità e invecchiata nel corpo e nello spirito rispetto alla giovane Jennifer  degli anni ’70 di Ruccello. Un invecchiamento che porta con sé non solo l’uso di un dialetto napoletano non più parlato e che Jennifer torna ad adottare con i suoi interlocutori, ma anche la malinconia di un tempo ormai passato che viene rispolverato attraverso le canzoni di Patti Pravo, Mina, gli Alunni del Sole, Loredana Bertè. Un tempo, come scrive Mattiello: «Che passa… e scopre il disegno a carbone… ‘O sciassì… ‘O scheletro che sta sotto… Nascosto dentro l’opera finita che ognuno di noi è…». La storia del travestito Jennifer si svolge ora in un appartamento della periferia est di Napoli e tale scelta è legata al fatto che la messinscena di questo testo nasce da un ricordo d’infanzia di Mattiello: quello della figura di Giuanne ‘o femminello, meglio conosciuto come Giuanne dé nucelline che nei giorni di festa offriva leguminose al quartiere e alla cui figura è dedicata l’opera. E infatti lo spettatore si trova a calpestare un tappeto di noccioline prima di poter  prendere posto, inteso come passaggio obbligato della stessa messinscena.

Foto Teresa Rotondo

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Sul palco si assiste ad una Jennifer (Giuseppe Giannelli) segnata dall’età e abbrutita dalle miserie proprie del suo “mestiere” che la inducono ad allontanarsi da tutti e rinchiudersi nel suo appartamento fatto di vecchi mobili kitsch ed effetti personali. A peggiorare la sua condizione di isolamento, la paura per un serial killer che sta uccidendo molti anziani seminando il panico nel suo quartiere. Gli unici mezzi di comunicazione con il mondo esterno sono una radio, dalla quale apprende le notizie riguardo all’assassino seriale, e un telefono che squilla incessantemente a causa di un problema alle linee telefoniche che provoca continue interferenze. Ad ogni squillo di telefono si riaccende in Jennifer la speranza che dall’altra parte risponda Franco, un ingegnere di Genova con cui ha intrapreso una relazione tempo prima e a cui dedica  più volte per radio Se perdo te di Patti Pravo. Un’attesa vana che viene amplificata dalle parole di Jennifer  tratte dalla canzone Alice di Francesco De Gregori: «… e Cesare perduto nella pioggia sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina» (il Cesare della canzone è lo scrittore Pavese che un giorno si ritrovò ad aspettare invano per molte ore sotto la pioggia – a tal punto da ammalarsi di pleurite – una ballerina che aveva conosciuto in un locale e alla quale aveva dato appuntamento). E così ogni sera, nonostante il disincanto, Jennifer si veste di tutto punto come se dovesse uscire, anche se consapevole che non lo farà mai e sempre speranzosa attende che Franco la chiami. Alla solitudine di Jennifer si affianca quella della bigotta Anna (Teresa Addeo), che bussa alla sua porta dopo aver pubblicato un annuncio sul giornale temendo che le telefonate a lei indirizzate, a causa delle interferenze, arrivino invece a Jennifer. L’occasione è il motivo per rompere la routine delle malinconiche giornate di entrambe, le due infatti si raccontano e Anna parla del suo speciale rapporto che ha con la sua gattina Rosinella, ma in realtà le due restano estranee l’una a l’altra senza trovare alcun punto di incontro che possa colmare il vuoto delle loro vite.

Foto Teresa Rotondo

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E sempre in compagnia della sua solitudine si riscopre Jennifer anche a distanza di anni: «Invecchiando – sottolinea lo stesso regista – si ritrova straordinariamente somigliante a sua madre. Ritrova per così dire un tempo andato. Eppure ancora da venire. Nuovo per lui ed eterno. Ritrova dentro di sé la lingua di quel tempo e la parla» nell’intenso monologo conclusivo prima che l’angelo della morte sopraggiunga ad abbracciarla in un eterno silenzio.
«Bisogna immaginare Jennifer felice», felice perché libera dall’oppressione di un mondo troppo crudele per un animo sensibile come il suo, recita il cartello di commiato prima che il sipario si chiuda.
Salvatore Mattiello attraverso Jennifer dà voce alla solitudine che troppe volte rimane muta e circoscritta tra le mura domestiche, offrendo allo spettatore una profonda riflessione sulle macchie oscure della società moderna e la conferma del suo successo sta nel vedere, a fine spettacolo, gli occhi lucidi non solo dei presenti ma degli attori stessi. Giuseppe Giannelli è immenso nella sua interpretazione dove al linguaggio verbale coniuga il linguaggio del corpo fatto di una minuziosa gestualità. A completare l’ammirevole opera di rivisitazione del lavoro ruccelliano, ci pensa Teresa Addeo che con la sua grandissima capacità interpretativa, contribuisce a valorizzare ulteriormente la rappresentazione.
Il “teatro di periferia” si conferma ancora una volta di essere un teatro con la “T” maiuscola a dispetto di quanti non lo considerano ancora tale.

Francesco La Rocca

Sala Teatro Ichòs
Via Principe di Sannicandro 32/A – San Giovanni a Teduccio (Na)
contatti: www.ichoszoeteatro.it – 335 765 25 24 – 08127 59 45

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