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A Sala Ichòs ritorna Annibale Ruccello e il regista Salvatore Mattiello immagina un nuova rilettura del testo dell’autore stabiese.

È la voce registrata di Isa Danieli a rompere il silenzio dopo che le luci si sono spente sulla platea di Sala Ichòs per dare inizio allo spettacolo; è il suo personale ed affettuoso ricordo a ricostruire la nascita di Ferdinando in quel lontano luglio di molti anni fa, quando Annibale Ruccello, giovanissimo, le presentò quel testo che poi si sarebbe imposto come il capolavoro del drammaturgo ricevendo prestigiosi premi.

E, mentre le parole dell’attrice scorrono a risvegliare la memoria, a riportare indietro il tempo tra commozione e stima, le figure di coloro che animeranno di lì a poco la scena, si stagliano sul fondo e restano immobili. Si tratta della baronessa Donna Clotilde Lucanegro, di sua cugina Gesualda e di don Catellino e… Ferdinando? Ferdinando non c’è. È questa la grande novità introdotta dal regista Salvatore Mattiello nell’allestimento da lui curato: il personaggio chiave dell’intera storia, colui che da il nome all’opera non esiste, non appare. «Ciò che nel testo era uno splendido ragazzo – si legge nelle note di regia, – nella messainscena diventa proiezione visionaria di esseri desideranti. Ciò che era concerto per voci si trasforma in sconcerto per voce sola».

Coraggiosa, ardita ma al contempo efficace, la scelta è espressione di un sotteso e attento studio dell’opera tutta nella sua versione originale e si dimostra vincente, funzionale allo sviluppo degli eventi, in particolare, alla emersione, in tutta la loro complessità, dei personaggi. Essi, infatti, liberi e non offuscati dalla presenza di Ferdinando, in questo modo riescono a presentarsi al pubblico nella loro interezza, nel loro aspetto più nascosto, impudico, non convenzionale divenendo ancor di più carne viva che geme, impreca, uccide.
Del resto è una storia di conflitti ed intrighi quella immaginata dall’autore, in cui rapporti omosessuali, abiti talari di circostanza, gelosie ed eredità contese si consumano sotto una coltre di apparente nobile tranquillità, in cui sono le preghiere e le medicine a scandire le ore, le giornate, prima di esplodere con l’arrivo di un presunto nipote della baronessa, Ferdinando appunto, rimasto orfano e a lei affidato.

Ambientata nel 1870, dopo la fine del Regno delle Due Sicilie, la commedia è incentrata su di una nobile borbonica che, rimasta vedova, si rinchiude nella sua villa, sdegnata dall’affermazione crescente di una cultura e di una società piccolo borghese che pian piano si sta imponendo dopo l’Unità d’Italia. Emblema dunque della prevaricazione dei Savoia sui Borbone, Clotilde ne porta i segni, le conseguenze inclementi e, allo stesso tempo, si fa paladina, strenua difenditrice della lingua che a tutto ciò finora ha dato voce, ovvero il napoletano: «E non parlare italiano! – urla a Gesualda che l’assiste – Hai capito! Nun voglio sentì ‘o ‘ttaliano dint’a sta casa… ’Na lengua straniera!… Barbara!… E senza sapore… Senza storia!».

Una dichiarazione d’amore per questa lingua, pertanto, quella pronunciata dalla baronessa, il tentativo di non farla morire per sempre, quello da lei compiuto e che lo stesso Mattiello, oggi, fa suo individuando in ciò la motivazione profonda del suo lavoro sul testo ruccelliano: «incontrare Ferdinando – afferma, infatti, il regista –  ha significato questo: sentire viva la mia lingua materna che ritenevo fosse morta».

Convincenti, appassionate e divertenti le interpretazioni di Teresa Addeo, Ilaria Basile e Giuseppe Giannelli che con merito hanno reso onore ad uno straordinario testo impersonando, rispettivamente, la baronessa, la nubile Gesualda e l’ambiguo prete per poi dare tutti insieme voce, all’occorrenza, al personaggio di Ferdinando nelle cui trame ingannevoli ciascuno di essi resta imbrigliato dopo averne subito il fascino voluttuoso.

Applausi.

Ileana Bonadies

 

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