Manlio Boutique

Al Diana in scena il racconto di una vicenda tra progresso e coscienza.

Questo bimbo a chi do? è una commedia in due atti scritta e diretta da Eduardo Tartaglia, già noto al grande pubblico per i successi cinematografici di Ci sta un francese, un inglese e un napoletano e La valigia sul letto (distribuiti da Medusa rispettivamente nel 2008 e nel 2010).
Così come nelle pellicole (nate successivamente dagli omonimi lavori teatrali), anche la pièce vede come protagonista femminile, accanto all’attore-regista, sua moglie Veronica Mazza, amata dagli spettatori anche grazie al suo vivace personaggio di Cinzia Maiori, interpretato, fino al 2009, nella soap opera Un posto al sole. E la sala risponde sovente con plausi sonori alle sue battute. Indubbiamente l’attrice partenopea è in grado di “tenere la scena” mediante una recitazione vulcanica e scoppiettante, con picchi di voce e forte gestualità. Il suo stile performativo la vede muoversi velocemente e senza imbarazzo o reticenza alcuna da un lato all’ altro del palco e, pertanto, ben si sposa, in concetto di antinomia, con quello più mesto e pacato (ma comunque coinvolgente) del marito, così da fornire un’armonia sonora e visiva all’insieme del racconto scenico.
Non da meno è il resto del cast tutto abile e che vanta la partecipazione di Stefano Sarcinelli e Tullio Del Matto, nei ruoli, rispettivamente, di un ex calciatore di fama ora allenatore di insuccesso e di un ambiguo primario della clinica “Il Primo Sorriso”. Ed è questo l’unico set dell’azione, in quanto la scenografia resta unica.

A luci soffuse, con musica d’atmosfera e a sipario calato, una donna avvenente si lascia cingere e sedurre dal corpo del suo uomo. Giunti dalla platea si sfiorano sull’avanscena. Il sipario si apre, squarciando un ricercato contesto, e irrompe Margherita (Veronica Mazza), segretaria da “due euro alla porta” del nosocomio, la quale da un lato definisce “vummocosità” simili smancerie seduttive e dall’altro riconosce una sorta di atarassia emotivo-encomiastica nel rapporto tra lei e suo marito Faustino (Eduardo Tartaglia), carburatorista in un’officina meccanica. Egli non si comporta più (o forse è inabile a ciò da sempre) in tal modo, addirittura resta imperturbato se lei sfoggia un “frangetta alla francese” o una “permanente alla Gheddafi”. In uno scenario comune, dunque, entrano a confronto due realtà divergenti. Stile di vita, cultura e possibilità economiche rendono diametralmente opposte talune esistenze. Da un lato si esprime chi deve barcamenarsi ogni giorno tra mille difficoltà e, dall’altro, chi vive di lustrini e immagine. Tommaso e Irina (Magdalena Crochowska) rappresentano il classico clichè della contemporaneità: lei, “la bella”, ha un lavoro che coincide con la sua figura, pertanto copertine di giornali, ospitate televisive e trovate varie prive di contenuto sono all’ordine del giorno; inoltre, ancora secondo il consueto stereotipo, è sposa di un ex calciatore di successo ora allenatore. Margherita e Faustino, invece, sono dall’altra parte della realtà, quella in cui, per le troppe difficoltà, anche la figura entra in secondo piano. Seppure coniugi diversi, però, la vita li renderà convergenti in un punto: esattamente un utero. Ancora più esattamente: la camera gestazionale di Margherita.

Delineiamo il plot: gli sposi celebri necessitano di un utero in affitto, ovvero un surrogato di maternità, ad offrirlo sarà la lei della coppia non celebre al costo di duecentomila euro. L’attraente Irina sa, tramite il suo agente, che la sua carriera è oramai avvolta da un cono d’ombra, poiché il grande pubblico è facile preda del nuovo esercito di ventenni disposte a tutto pur di apparire. Per di più, il grande pubblico, è vittima di una patologia precisa: prima vuole conoscere tutto delle celebrità ma, quando tutto sa, la curiosità arretra ed ha necessità di inseguire mediaticamente i non noti per farli divenire poi, a sua volta, noti. Di nuovo fine della curiosità, di nuovo buio. Avanti i nuovi. Spirale perversa e replicante di un macello mediatico. L’agente, che ha intuito questo crudele ordigno della notorietà intuisce, a questo punto, che il meccanismo può essere sbloccato solo con una maternità: Irina col pancione intenerirà i cuori e finirà nuovamente sulle copertine, ci saranno i talk show, le ospitate, le pubblicità, il libro biografia e perfino soap opera e film. Ma Irina teme di compromettere la sua bellezza. Le smagliature post parto sarebbero un dramma. Pertanto, accetta l’idea della gestazione, purchè la gestante dei nove mesi non sia lei. Il figlio lo avrà bello e confezionato, veicolando gameti privati in un corpo estraneo. Margherita, tra i primi dubbi e interrogativi, finirà per accettare. E Faustino, marito privo di potere decisionale, accetterà le scelte di Margherita.

La trama è semplice, ma a complicarla sono le complicazioni emotive di un simile atto.
In realtà il testo preferisce dedicare uno spazio più breve a questo aspetto, invece molto interessante, per dedicarsi soprattutto alla vis comica della narratio. Gli elementi ci sono tutti: lo storpiamento delle parole, il travestimento, il personaggio caricaturale della suocera, il figlio mammone, l’equivoco a sfondo sessuale (che forse dura anche troppo). Qualche lungaggine, però, è alleggerita da un continuo di battute e trovate esilaranti apprezzatissime dal pubblico in sala.
Accennato sul finale, quasi a coronare come una morale esopica, è il tema del progresso. La scienza permette di albergare un ovulo e uno spermatozoo nel corpo di una estranea dell’atto. Ma come l’emotività può reagire ad un aspetto tanto innaturale? Benchè si tenti di far credere che ciò sia “naturale” in quanto anche mamma gatta allatta il cucciolo di cane trovato orfano o, in quanto, le balie allattavano con il proprio latte figli non propri, la situazione in questione assume sfumature molto differenti, ancor più perchè sarà involontariamente alimentato dal primario un dubbio mai sciolto, nel cui caso egli da medico sembra, invece, assumere le sembianze di un demiurgo plasmatore.
I sentimenti non si costruiscono in laboratorio. I famosi non sentono proprio quel figlio che invece comincia a risultare imparentato empaticamente per la donatrice di alloggio.
Il muro di Berlino è caduto e il mondo è cambiato rispetto ad una mentalità primitiva ferma alla tesi che “il cane mangia il gatto, che mangia il topo, che mangia il formaggio, che è fatto con il latte delle caprette del nonno di Heidi”. Il ciclo si spezza anche perché oggi esistono i croccantini.
Ma non tutto si compra con i soldi o con la vana ebbrezza della celebrità. Non basta possedere denari affinchè agevolmente si vada “a Bora Bora a core a core” per ricercare e trovare una felicità.
Il punto non è se il progresso e la scienza siano giusti o no. Il punto è, attenzione, se siano giusti o sbagliati rispetto al nostro modo di sentirli e viverli.

Repliche fino a domenica 15 aprile.

Laura Fedele

 

Teatro Diana

Via Luca Giordano, 64 – Napoli

Tel. 081 556 75 27 – 081 578 49 78

http://www.teatrodiana.it

 

Print Friendly

Manlio Boutique