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Il regista Cocifoglia porta in scena il dramma di uno dei più noti autori polacchi, per raccontare dell’esistenza umana alla ricerca di un senso.

«… chi parte sa da che cosa fugge ma non sa che cosa cerca…»

 

Al teatro Elicantropo è in scena, fino a domenica 22 aprile, Due Mosche, allestimento teatrale liberamente tratto dal libro di Slawomir Mrozek, Emigranti.

Lo spettacolo inizia nel buio totale della sala, un ronzio di mosche è il primo suono avvertito. Spento il ronzio e accese le luci, ci troviamo nel sotterraneo di una città qualsiasi, un non luogo, in cui la miseria è un mostro con cui bisogna fare i conti ogni giorno. La scena, fatta di lastre e grate di ferro, è fredda, essenziale, scomoda, proprio come la condizione in cui si trovano i due personaggi, indicati nel testo con i nomi di “Aa” e “Xx” e interpretati a teatro da Luca Iervolino e Rosario Sparno.

Sono due uomini completamente diversi, agli antipodi. L’uno è un lavoratore rozzo e poco istruito, che ha lasciato la sua terra e la sua famiglia per motivi economici e spera, un giorno, di ritornarvi per potersi costruire una bella casa; il tratto caratteriale che più lo distingue sta nel suo incessante desiderio di accumulazione di danaro: ha scelto un lavoro ben pagato, ma che gli sta procurando gravi danni alla salute, compra cibo scadente a basso costo e scrocca sigarette al compagno. L’altro è un “intellettuale” fuggito dalla patria per motivi politici; sta scrivendo un libro che parla degli uomini privi di libertà, uomini schiacciati dal costante dipendere da un qualcosa e sceglie l’amico come fonte d’ispirazione. Teso continuamente a correggere i gesti e le parole del suo rozzo coinquilino per liberarlo dalla sua condizione di “schiavo”, si accorgerà  ben presto di essere egli stesso libero solo in apparenza .

I due personaggi, seppur diversi, si trovano a condividere la stessa quotidianità. La loro solitudine fa da legante: il loro è un continuo scontro-incontro, amarsi-odiarsi, cercarsi-allontanarsi e la tensione che li unisce è sempre molto alta. Molte volte, l’intellettuale prova ad abbandonare l’amico, ma puntualmente ritorna da lui e a quella triste condizione di vita al solo scopo di condividere la propria solitudine. Hanno bisogno l’uno dell’altro.

La squallida dimora in cui si trovano è un luogo dove fuggire dalla loro condizione di emigranti. Emblematico, in tal senso, il momento in cui “l’intellettuale“ dice all’amico che sono pochi i luoghi in cui non ci si sente emigrante: la stazione ferroviaria, dove si è tutti stranieri e quindi ingiudicabili; il cinema, dove nessuno rivolge lo sguardo all’altro perché fisso sullo schermo mentre il buio rende tutti uguali.

I dialoghi sono gremiti di parole amare, dolorose, di una tetra ironia che fa trapelare le loro paure, le loro sofferenze di “uomini diventati stranieri nel mondo”, le loro speranze in un futuro migliore, in una condizione umana dignitosa. Ma le speranze lasciano troppe volte il posto alla rassegnazione, tanto che i personaggi pensano anche al suicidio, “ forma massima di libertà per un uomo”, e l’apparire in scena, dopo questo macabro pensiero, delle corde sospese nel vuoto ha lo stesso effetto di un pugno nello stomaco.

L’utilizzo dei silenzi sommato alla monotonia dei toni dei personaggi, risulta noioso almeno nella prima metà. Dopo, i silenzi diminuiscono e i dialoghi, toccando più a fondo la condizione esistenziale dei due personaggi, riscattano l’opera.

Il regista Fabio Cocifoglia è riuscito a dare concretezza alla disperazione umana di chi si trova nella situazione di “emigrante”, intendendo, con questo termine, definire la condizione di ogni uomo immerso nella propria solitudine, in costante tensione verso l’apprendimento di ciò che non si è, di una modalità di esistenza che lo faccia rifuggire dal suo sentirsi straniero nel mondo, ma che, nel profondo, non gli appartiene.

 

Carmela Pugliese

 

 

Teatro Elicantropo

Via Gerolomini, 3 – Napoli

Info: 081 29 66 40

e-mail: teatroelicantropo@iol.it

www.teatroelicantropo.com

 

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