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Intervista al giovane e talentuoso attore napoletano impegnato tra teatro, cinema e TV.

Prima il grande successo di un tour mondiale con Toni Servillo e Andrea Renzi in Trilogia della Villeggiatura, poi l’ottimo esito di Una vita tranquilla, film diretto da Claudio Cupellino con Toni Servillo e Francesco Di Leva, e ora i grandi ascolti di una fiction televisiva, Benvenuti a tavola con Bentivoglio e Tirabassi per la regia di Francesco Miccichè.

Ma il curriculum di Marco D’Amore non si esaurisce qui. Nato a Caserta e diplomato nel 2004 presso la Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi, vanta importanti collaborazioni e numerosi spettacoli, teatrali e cinematografici, tra cui l’ultimo lavoro che lo sta portando in giro per l’Italia, L’Acquario, spettacolo scritto da Francesco Ghiaccio con cui ha fondato la compagnia di produzione teatrale e cinematografica, La Piccola Società.

È la commistione vita reale-pubblicità che hanno voluto sottolineare gli autori in questo spettacolo corale, ma interpretato dal solo D’Amore, che viene definito “un tentativo di evasione”, evasione da un mondo fittizio, trasfigurato attraverso il vetro di un acquario in cui gli uomini nuotano come pesci in branco ripetendo acriticamente gli impersonali slogan degli spot pubblicitari, allontanandosi così sempre più dal ricordo di un mare senza confini e dall’idea stessa di libertà ad esso legata. E la scena si popola di personaggi, minuziosamente caratterizzati nelle movenze e nei loro discorsi, così si attraversa il branco di pesci, si conosce il presidente che li governa ed infine si ascoltano i discorsi della murena, l’unica folle che, non conformatasi mai all’acquario e alla sua vita, tenta di evadere.

Versatile e poliedrico, D’Amore è un attore che, nonostante la sua giovane età, sa confrontarsi egregiamente con le diverse sfide che l’arte recitativa gli pone dinanzi, offrendo un tangibile esempio di come la vera bravura non ammetta steccati.

Come ti sei avvicinato al teatro?

Mi sono avvicinato un po’ grazie ad alcuni insegnanti delle scuole medie, perché alle scuole medie ho frequentato il corso sperimentale di musica e ho incominciato a suonare il flauto e il clarinetto e c’era una bravissima insegnante che aveva una grande passione per il teatro e così nacque la curiosità. E poi c’è anche una sorta di eredità familiare: mio nonno era un attore professionista anche se “a metà” perché si occupava della famiglia con un lavoro normalissimo. Però ha fatto compagnia con Nino Taranto e ha lavorato anche in qualche film di Nanni Loy e Francesco Rosi.

E’ continuata poi per gioco fino ai diciassette anni quando il destino, la fortuna, la voglia mi hanno fatto incrociare la compagnia di Toni Servillo, Teatri Uniti, al Teatro Garibaldi di Santa Maria Capua Vetere, dove loro stavano allestendo, per la regia di Andrea Renzi, il Pinocchio e cercavano un ragazzino cicciottello e simpatico. Mi videro in una prova di laboratorio, mi fecero un provino e il caso volle che cominciai così un’avventura molto più grande di me perché seguirono due anni di tournee in tutta Italia e lì decisi che non avrei più smesso. Sono andato quindi a Milano ho fatto i provini per le selezioni all’Accademia dello Spettacolo di Paolo Grassi, sono entrato in Accademia, ma non ho mai interrotto il mio rapporto con Teatri Uniti e infatti dopo la scuola ho fatto un altro lavoro con Andrea Renzi. Poi ci sono state tante esperienze di teatro tra cui una molto significativa con la compagnia Le Belle Bandiere di Elena Bucci e Marco Sgrosso con cui ci sono stati tre anni di collaborazione durante i quali oltre agli spettacoli ho potuto partecipare a tutte le attività della compagnia, laboratori, stages… Poi la grande Trilogia della Villeggiatura con quattro anni di tournee durante i quali sono stato piacevolmente coinvolto in un caso teatrale di cui mi vanto: per ragioni legate al caso e alla fortuna, infatti, mi è toccato sostituire tre attori dalla sera alla mattina, cioè i tre ruoli maschili della Trilogia tra cui quello di Toni Servillo quando andò a ritirare il premio come miglior attore al Festival di Roma 2011con Una Vita Tranquilla. Un’esperienza in tutto il mondo, strepitosa che rimarrà sempre la più grande della mia vita, lo dico già da ora! Visti anche i tempi, una tournee di quattro anni così lunga e dispendiosa la vedo difficile che si possa ripetere.

Visto che hai vissuto diversi ambiti, cinema, teatro e ora televisione, come affronti ogni diversa carriera?

Non nutro nessun tipo di snobismo verso gli ambiti, io invece nutro una curiosità per le avventure, che siano televisive, cinematografiche o teatrali. Ho vissute pessime esperienze teatrali – e si parla del teatro come mondo dell’arte – e ho avuto una bellissima esperienza televisiva, con un cast di attori strepitoso, con un troupe di professionisti incredibili, un’esperienza che mi ha dato la possibilità di stare sei mesi su un set, opportunità che neanche un film da protagonista ti potrà mai dare.

Ci sono occasioni favorevoli in cui devi sentire anche una bella dose di rischio e queste sono quelle che mi stuzzicano e mi fa piacere affrontare. Per il resto sono ambiti completamente diversi in cui il lavoro cambia completamente: stare in teatro è una prova con un pubblico, con i respiri comuni, dove hai la freschezza della realtà che ti sta intorno, è un gioco che si instaura tra la scena e il pubblico, mentre la cinepresa è tutta un’altra cosa.

Irene Bonadies

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