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A Galleria Toledo in scena il progetto di Teatro dei sensi Rosa Pristina, scelto tra i vincitori del Fringe dello scorso anno.

Foto di Davide Giacobbe

Il valore complessivo dell’opera non lascia spazio a molte contestazioni. Se è vero che, propriamente, Quando eravamo lupi, per la regia di Susanna Poole, non ha un’accezione propriamente teatrale, se è vero cioè che la sua impostazione non sia assolutamente convenzionale (che è di certo un pregio), è ugualmente vero che è affresco di una sintesi perfetta di ciò che un laboratorio dovrebbe essere: lavoro sulle persone.

Il percorso che lo “spettatore” affronta è personale, non esiste palco o platea di alcuna sorta e nemmeno un tragitto prestabilito in maniera forzata. Esiste solo una guida, che nel buio e bendato, ognuno sceglie di seguire con più o meno fiducia. Sono le sue reazioni espressive d’istinto a ciò che ritrova sul cammino a dire la verità sul suo abbandono a questa esperienza. E’ privato della vista, il senso principale ai fini dell’autonomia; in sua assenza  si percepisce il peso di quest’ultima più che l’importanza dell’uso di quelli che restano. La vista veicola tutte le altre percezioni. Ciò non toglie che perdere un senso innalza il valore di quello che perdi e di quelli che ti restano; perdere un senso ti permette di meravigliarti di una mano che ti sfiora, di scoprire come nuova l’esperienza delle proprie mani sotto acqua sgorgante, di riscoprire il valore degli odori, riconoscere le persone tramite essi. Il sottoscritto si è ciecamente fidato, quasi al punto di invaghirsene, di colei che l’ha bendato, iniziandolo al percorso creato in un teatro come Galleria Toledo che è parso immenso, almeno per qualche minuto. E’ sicuro di essere stato guidato da mani diverse, ma ha intimamente sperato che la mano fosse sempre la stessa, quella che l’aveva spinto a cominciare.

Due marionette, appena prima dell’inizio, inscenavano un lupo affamato, sospinto dall’istinto di voracità, in procinto di mangiare una donna. Poi, inesorabilmente, il destino scritto per tutti noi, che una volta eravamo lupi: essere ammaestrati, messi in cattività, privati della parte istintuale tramite l’unica cosa che potrebbe tenerla a bada, la limitazione. Si vedeva, successivamente, la bionda donna cavalcare il lupo come fosse un puledro. Quando eravamo lupi cose del genere non accadevano.

Questo spettacolo, frutto del Fringe Festival del 2011, la cui drammaturgia è stata realizzata da Teatro dei sensi Rosa Pristina (il nome dice tutto), avvalora per i suoi meriti questo progetto di ricerca, nell’ ambito del Napoli Teatro Festival Italia, di compagnie emergenti perché le si incentivi alla creatività con un lavoro prodotto dalla fondazione per il festival dell’anno successivo. A fronte di ciò che si è visto a Galleria Toledo, si spera che il Fringe Festival non diventi una rassegna marginale essendo, di fatto, l’anima del Festival.

 

Andrea Parré

 

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