Manlio Boutique

A Benevento Città Spettacolo una messinscena grottesca tratteggia gli aspetti più beceri della quotidianità umana usando il linguaggio (povero) dei talk-show televisivi.

Andare a teatro, accendere la tv e vedersi riflessi come spettatori, cittadini, uomini. E’ quanto accade assistendo a Mortal Kabaret di Roberto Russo, regia di Fabrizio Bancale.

Ambientato in uno studio televisivo in cui scenografia, pubblico (non parlante), presentatore logorroico e valletta sono la copia di ciò che giornalmente viene propinato a chi è al di là dello schermo, lo spettacolo è un elogio del nulla. Della pochezza di idee e pensieri a cui conformare la propria vita per ottenere gli unici obiettivi che davvero vale la pena raggiungere nella vita, ovvero soldi, sogni e successo.

E’ a questi valori, infatti, che lo show inneggia, dividendo superficialmente la società tutta in due sole macro categorie: “i megli” e “i nulli”; coloro, cioè, che hanno diritto a vivere, a procreare per consentire la continuazione della razza eletta, a ricoprire un ruolo di rilievo, e coloro che, invece, è giusto vengano messi da parte, derisi, se non addirittura definitivamente eliminati. E’ dunque su questo continuo parallelo tra la realtà televisiva che misura il polso della società attuale e  i chiari e diretti riferimenti alla Storia recente e alla brutture di cui si è macchiata, che lo spettacolo si snoda e imposta la sua struttura utilizzando il linguaggio proprio degli slogan pubblicitari ad effetto, in cui ciò che conta è colpire l’attenzione e la sensibilità di chi ascolta, poco importa se poi nel farlo si ci si dimostra cruenti e insensibili.  Così come accade nel circo, del resto, il luogo per antonomasia in cui tutto deve essere eccessivo, al di fuori del normale e del già noto, dove vi sono domatori  con fruste che comandano (non a caso anche la valletta del Mortal Show, Bestialitat, al secolo Daniele Russo, ha queste sembianze) e sottomessi che eseguono pedissequamente ciò che loro viene impartito con l’unico scopo di piacere ai presenti, di raccogliere consensi, di compiacere l’auditel a cui come un dio pagano tutto deve essere sacrificato.

Ad uscirne sconfitti da questo diabolico meccanismo che per essere compreso fino in fondo, deve essere colto nel suo aspetto trasversale e universale, è la cultura nel suo significato più alto, la lettura (accusata di danneggiare la vista), i difensori dei diritti e della giustizia, le minoranze etniche, la libertà di parola. A favore di cosa? Unicamente dell’immagine che bisogna dare di sé, del corpo la cui cura per raggiungere la perfezione deve essere ossessiva al fine di dimostrare quanto si vale e perché sia esso, e non altre qualità, a fungere da merce di scambio per ottenere potere, visibilità, credibilità presso le disattente masse, il cui pensiero atrofizzato da ormai tale consueta impostazione, impedisce di discernere il giusto dallo sbagliato; di essere critici, di contrastare quanto è loro, in forma subdola, inculcato.

Un ritratto del presente, dei valori predominanti, una diretta critica a ciò che siamo arrivati ad essere: è questo Mortal Kabaret (il cui cast è tutto al maschile perchè, spiega il regista nelle sue note, «non vi è posto per la femminilità nello squallore e nella desolazione assoluti») inizialmente spiazza, sembra solo una copia di quanto (di brutto) si sarebbe potuto tranquillamente vedere in tv restando nelle proprie case, semmai con la possibilità, nei momenti in cui la tensione narrativa cala e lo show rischia di divenire ripetitivo e noioso, di cambiare canale; invece, se si ha la pazienza di aspettare la fine e assistere agli sviluppi a cui la storia porta, ecco che l’intero spettacolo si riscatta; il suo significato profondo, la motivazione che sottende la messinscena si evince in tutta la sua drammaticità. Significativo e di forte impatto, in tal senso, appare il monologo, sul finale, del protagonista/presentatore, Riccardo Polizzy Carbonelli, che moderno Hitler, recita brani tratti dal “Mein Kampf”, pubblicato nel 1925 ma straordinariamente attuale e paurosamente ancora riconoscibile nelle parole e nei gesti di molti politici e imbonitori di oggi.

Andato in scena per la prima volta proprio ieri sera, in occasione della seconda giornata della trentatreesima edizione del Benevento Città Spettacolo, forse lo spettacolo ha accusato la tensione del debutto in alcuni brevi tratti, così come la lunghezza di alcuni passaggi che ne hanno compromesso il ritmo veloce, ma giudicato a ritroso, partendo proprio dalla analisi delle ultime scene, risulta poggiare su un attento lavoro di analisi e di studio che invita a molteplici riflessioni inducendo, quanto meno, a porsi domande. Per le risposte, poi, ciascuno è alla propria coscienza che dovrà attingere.

 

Ileana Bonadies

 

 

Print Friendly

Manlio Boutique