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Sette ore di spettacolo, dalla mezzanotte all’alba, per condividere un segreto e vivere i momenti salienti della congiura in cui perse la vita il dittatore romano più influente della storia.

Dormire, sognare, ascoltare, guardare e di nuovo dormire, sognare, ascoltare, guardare…

Attraversa la notte lo spettacolo shakespeariano diretto da Pino Carbone che ne ha curato anche l’adattamento.

Attraversa la notte e la anima dei pensieri, delle paure, delle angosce dei suoi protagonisti: Giulio Cesare, Cassio, Bruto, Antonio. Ma anche dei pensieri, delle domande, delle curiosità di chi li osserva sdraiato su materassini disposti l’uno accanto all’altro. È il pubblico. Chiamato a svolgere un ruolo più partecipe e impegnativo rispetto a quanto accade di solito quando si va a teatro. Convocato alle ore 24 presso il Mulino Pacifico di Benevento che funge da palco, sarà invitato a condividere con altri, estranei, un momento della propria giornata molto intimo; in cui ogni meccanismo di autodifesa si affievolisce, in cui sogno e verità si confondono e le sensazioni che provengono dall’esterno sembrano essere percepite in forma ovattata. Eppure, tutto quanto sta accadendo a pochi metri di distanza, nella grande stanza in cui tutti – attori e spettatori – si trovano, è realtà.

Così come reale è la storia che si sta rappresentando: quella dell’imperatore Cesare contro cui stanno tramando i congiurati Bruto e Cassio per ucciderlo. Ma non è solo la congiura al centro del racconto. È anche l’aspetto intimo, umano ad emergere; attraverso i bellissimi, intensi dialoghi che si scambiano Bruto e la moglie Porzia che prega il marito, vedendolo turbato, di confessarle cosa lo affligge; oppure Cesare e Calpurnia che si affida, invece, a funesti sogni premonitori e teme che qualcosa di tragico potrebbe davvero accadere di lì a poco. O ancora la partita a scacchi giocata tra Cesare e Bruto, tra le scene più intense a cui chi scrive ha assistito quella notte.

Diviso in tre parti, così come nella struttura originale della tragedia scritta da Shakespeare, lo spettacolo, senza dimenticare di voler dar corpo ad una azione teatrale prima ancora che storica/politica (e i costumi clowneschi dei protagonisti tutti, nella prima e ultima fase, stanno appunto a significare ciò), ha inizio con un momento di festa e baldoria, per poi concludersi con l’assassinio di Cesare nel Senato: nel mentre, la prova più difficile da affrontare non solo per gli spettatori ma anche per gli attori stessi. Messi a nudo, spogliati delle barriere difensive rappresentate dalla distanza palco-platea, dalla durata limitata nel tempo di una replica, quest’ultimi è come se provassero a far entrare negli ingranaggi dello spettacolo chi li ascolta e osserva, senza temere di essere scoperti nel proprio lato più vulnerabile. Dando vita ogni volta ad uno spettacolo che presenta sfumature diverse, in base alla tipologia di pubblico che ha davanti, alla sua partecipazione più o meno attiva. Ma sono proprio questi aspetti a determinare la forza positiva di un esperimento di tal genere; a dimostrare quanto sia grande la passione verso questa forma d’arte sia per chi la trasforma in suoni e parole, si per chi da essa accetta di lasciarsi sedurre. Se infatti, la stanchezza è innegabile che si faccia sentire in alcuni momenti, che le palpebre si facciano pesanti, e che il sonno si vorrebbe diventasse il solo non-luogo in cui rifugiarsi, è anche vero, però, che  forti sono le emozioni che si ottengono in cambio. E se al mattino, all’alba, potrebbe venire il sospetto che tutto ciò che si è vissuto non è accaduto sul serio, poco male: era anche questo l’obiettivo che la compagnia tutta intendeva si raggiungesse.

Applausi a Michelangelo Fetto, Noemi Francesca, Giovanni Del Monte, Rosario Giglio, Antonio Intorcia, Loretta Palo.

 

Ileana Bonadies

 

 

 

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