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Eugenio Barba si mobilita dalla Danimarca e a Napoli si muore di silenzio.

“A Napoli mancano gli spazi”. Frase sentita e risentita milioni di volte da giovani e vecchi teatranti. “I pochi spazi che ci sono, sono gestiti male e da incompetenti”. Partendo da questi dogmi si occupano spazi, si rivendicano poltrone, fette di potere, spartizioni politiche. Eppure nella Napoli dei grandi eventi, del Lungomare Liberato, dei messaggi ad Al, rischia di chiudere un teatro storico, di rilevanza culturale enorme e poco rumore si fa. Non c’è certo da meravigliarsi di una stampa succube di editori proprietari, affiliati alle classi dirigenti cittadine di turno, e di una politica spettacolarizzata, insultatrice, che fa della cultura l’ennesima passerella. Si parla di progetti e non di progettazione, si parla sempre di eventi e mai di quotidiano. Il Sancarluccio rischia la chiusura mentre si realizzano spettacoli da 700mila euro. Queste righe, più che un articolo, sono un appello agli addetti ai lavori, a chi di teatro se ne intende, lo vive, lo mangia. È il silenzio “teatrale” che fa più paura. Qualcuno potrebbe pensare che ognuno è responsabile dei propri spazi, problemi, disagi economici, compreso il Sancarluccio. Qualcuno potrebbe pensare che i teatri in questa città si aprono e si chiudono come i Bingo. Che si chiuse all’epoca il San Ferdinando, il Salone Margherita, figuriamoci il Sancarluccio. Perché allora salvare collettivamente uno spazio come quello alla Rivivera di Chiaia? I motivi sono molteplici, ma elenchiamone alcuni. Primo, la chiusura di un teatro storico e indipendente come il Sancarluccio significherebbe l’ennesima sconfitta del mondo teatrale napoletano. L’ennesimo insuccesso, l’ennesima débâcle a favore di un teatro sempre di più in mano a pochi e quindi povero di linguaggi diversi. Secondo, perché il Sancarluccio è un teatro coraggioso, coraggioso perché nonostante l’andazzo dei teatri confinanti, sempre più propensi ad un teatro televisivo, è riuscito a mantenere una sua identità, un processo di sperimentazione teatrale costante, ospitando oltre 20 compagnie all’anno e 3000 spettatori. Oggi periferia e centro “borghese” spesso, almeno sul teatro, condividono gli stessi interessi teatral-televisivi. E nello stesso modo in cui vale doppio un Martinelli a Scampia, vale doppio una teatro di ricerca a Chiaia. Non voglio stare qui a sottolineare la storia di questo luogo, ripetere la sfilza di ospiti, l’importanza di Troisi, dico solo che è importante distruggere la melma silenziosa che affossa certi spazi. Prendo in prestito una rima del gruppo rap Fuossera di Piscinola “’O silenzio ce accire per ciò faccimmo ‘o burdello”. In questi giorni il Sancarluccio ha lanciato un progetto intitolato “Gli angeli del Sancarluccio” sottoscrizione volontaria di 10 euro per salvare il teatro dallo sfratto imminente di dicembre. È doveroso condividere l’iniziativa e partecipare, come dalla lontana Danimarca ha fatto l’Odin ed Eugenio Barba. Oggi è il 22 settembre 2012, passo e chiudo. Con la speranza di recensire ancora spettacoli al Sancarluccio, magari a gennaio, gustandoci tutti insieme l’atmosfera barocca e rivoluzionaria di uno spazio che deve ancora dare tanto.

 

Rosario Esposito La Rossa

 

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