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Legge alla mano, ecco cosa non quadra (e indigna) nell’attuale situazione teatrale campana.

Ogni tanto bisogna fermarsi. Ogni tanto bisogna ripercorre i passi, il succedersi degli eventi, ma soprattutto degli uomini e delle loro scelte. Napoli e il suo Teatro vivono un particolare momento storico, le forbici pseudo-politiche hanno chiuso i rubinetti, hanno prosciugato fondi spesi male da decenni. Sarebbe banale soffermarsi semplicemente sulla riduzione dei fondi o sul passaggio di testimone dalla sinistra alla destra, passaggio di potere che ha suscitato indignazione, reazioni facebookiane, “papielli” di insulti ed epiche invettive contro il nuovo faraone del teatro napoletano.

Si può essere d’accordo o non con le scelte politiche imprenditoriali di De Fusco e della Miraglia; si può protestare, indignarsi, manifestare, ma certo non si può dimenticare. Forse le nuove generazioni nemmeno conoscono leggi e retroscena osceni che hanno prodotto la situazione attuale vergognosa. Antonio Bassolino e la Iervolino hanno tentato di mettere ordine nello scacchiere dello spettacolo campano a partire dal 2001; a partire dal momento in cui il potere rosso si instaurava in tutti i palazzi disponibili (Regione, Comune e Provincia). Prima del 2001 il teatro e lo spettacolo sopravvivevano in un vuoto organizzativo-legislativo dominato da una finta legge 48, legge non legge che regolamentava un bel nulla. I fondi arrivavano perché si conoscevano consiglieri, assessori. I soldi arrivavano da quello che si poteva definire il “Fondo del Presidente Regionale”. Niente di scritto, niente di deciso, vuoto di raccomandazioni e conoscenze. Addirittura la Legge 48 non prevedeva nemmeno una voce per l’esercizio teatrale.

Bassolino nelle sue campagne elettorali per la poltrona di governatore ha sempre promesso la realizzazione di una Legge dello Spettacolo adeguata alle esigenze di una regione di impressionate valore culturale e teatrale. Nel 2001 con l’arrivo dei Fondi Europei, va tutto regolarizzato, etichettato, indirizzato. Rachele Furfaro porta avanti in città Teatri di Napoli, lodevole progetto che prevede la riapertura di spazi chiusi da decenni; progetto pubblico che da un lato aiuta storiche compagnie e teatri pubblici e dall’altro ammazza letteralmente quegli esercizi teatrali indipendenti, tagliati fuori da qualsiasi forma di finanziamento pubblico. Già da allora si concentravano i fondi in megaprogetti. Oggi di quel progetto rimane ben poco, pochi spazi con difficoltà sopravvivono, altri non sono mai stati aperti.

Vorrei ricordare che se De Fusco è il Faraone del teatro campano, la Furfaro è stata la Cleopatra napoletana. Braccio destro di Bassolino a livello culturale, ha guidato progetti milionari a partire dal NTFI sino a Punta Corsara. Ci si indigna giustamente per i 700mila euro spesi da De Fusco per il suo ultimo spettacolo e si tace sui 500mila euro spesi dalla Furfaro per smantellare l’ex birreria Peroni di Miano e costruire al suo interno un “teatro” utile solo per poche repliche e smantellato in meno di due mesi. Migliaia di euro spesi mentre decennali spazi rischiavano e rischiano la chiusura per carenza di manutenzioni.

Tra il 2001 e il 2006 c’è stato quello che possiamo definire un interregno, un lasso di tempo di cui Bassolino e il suo gruppo di lavoro si sono appropriati per produrre l’attuale Legge Regionale dello Spettacolo. Ovviamente approfittando nuovamente delle elezioni, la seconda campagna elettorale di Bassolino per il posto di governatore della Campania si apre nuovamente con la promessa della Legge Regionale. Insomma, nel precedente mandato ho studiato, ora votatemi e vi do la legge. E la legge arriva il 15 giugno del 2007, la oramai tristemente famosa Legge 6 del 2007. All’epoca si ebbe una grande opportunità, le istituzioni potevano azzerare tutti i ritardi dei pagamenti, dei fondi che vengono erogati dopo anni, si poteva partire da un anno zero per tutti, si poteva fondere teatro e politica per un sistema equo quantomeno nell’erogazione dei fondi, ma così non è stato. Il primo anno vennero stanziati 20 milioni di euro. Bassolino disse che aveva portato in Campania 20 milioni di euro, in realtà accorparono leggi già esistenti che prevedevano contributi precisi e si arrivò a quella cifra; si mise tutto insieme, compresi i soldi, per fare passerella, per far vedere. Venti milioni di euro che negli anni sono andati costantemente a diminuire. Quelli sono stati tempi d’oro in cui i teatri che oggi subaffittano le sale principali per sopravvivere spendevano all’anno anche 1 milione e mezzo di euro.

Ma entriamo nel vivo di quella Legge. Tre sono gli articoli fondamentali, utili per l’erogazione dei fondi. Nell’articolo 6 rientrano quelle realtà che vengono definite Residenze Teatrali, molte delle quali fanno o facevano parte già de I Teatri di Napoli. Negli anni, gli aventi diritto ai fondi perché facenti parte di quelli contemplati dall’articolo 6, si son dovuti scontrare con una mega burocrazia che ha, anno dopo anno, rallentato i tempi di erogazione dei contributi, lasciando i teatri in balia di vuoti di capitali. Insomma, le realtà rientranti nell’articolo 6 sapevano quanto dovevano avere ma non sapevano quando l’avrebbero avuto. Ognuno tragga le sue considerazioni.

Altro articolo determinante è il numero 12. Possono accedere ai finanziamenti e ai fondi grazie a questo articolo i grossi teatri come il San Carlo o i grandi impianti musicali come l’associazione Scarlatti e la Pietà de’ Turchini. Per questo articolo viene speso gran parte del budget messo a disposizione dalle istituzioni. Per questo articolo si ragiona in base alle percentuali. I grossi teatri in base alla percentuale riconosciuta dalle istituzioni sanno che ogni anno in base ai fondi erogati gli verrà concessa una parte di fondi pari alla percentuale che rappresentano. I fondi per l’articolo 12 possono diminuire, ma in ogni caso i soggetti di cui si parla nell’articolo sanno che godranno di soldi pubblici.

L’ultimo articolo, forse quello più importante e controverso, è il numero 8. Possono accedervi imprese di produzione, distribuzione e per la prima volta esercizi teatrali (quindi teatri off indipendenti). Strano il meccanismo di erogazione dei fondi. Il finanziamento viene versato in base alla percentuale di contributi pensionistici depositati dall’impresa. Quindi non c’è niente di sicuro, non ci sono percentuali come per l’art. 12 o ritardatarie certezze come per l’art. 6. Facciamo un esempio: un teatro presenta un progetto, un preventivo di 30 mila euro, le istituzioni reputano il progetto valido e “dovrebbero” e sottolineo “dovrebbero” dare al teatro  tra il 30 e il 45% di quanto chiesto, ma siccome non ci sono i soldi (scusa e stratagemma usato ormai da moltissimi anni) danno l’8%, se va bene il 12% di quello che spetta al teatro. Su un preventivo di 30 mila euro al teatro spetterebbero circa 12 mila euro, ma vengono appena concessi 1500 euro. E qui scatta la trappola, il contributo viene concesso solo se il teatro presenta lo stesso una fatturazione di 30 mila euro. Un ragionamento perverso. Io chiedo un aiuto finanziario, tu dici che il progetto è valido, mi dovresti 12 mila euro, ma me ne dai 1500 e se voglio questi 1500 devo dimostrarti di aver speso 30 mila.

Ovviamente per i piccoli teatri il tutto appare come una beffa. Diciamo che sin dall’era bassoliniana tale articolo avrebbe dovuto far saltare dalle sede gestori di piccoli teatri indipendenti e non solo, cosa che non è accaduta allora e che accade ora. Perché? Perché allora registi e gestori venivano accontentati con regie negli stabili, ampi spazi nel NTFI, dirigevano improvvisate rassegne per la legalità nel casertano e nell’hinterland napoletano, rassegne di teatro e agricoltura, e chi più ne ha più ne metta. Si pagava dazio insomma, si dava il contentino. Ora che il sistema Furfaro è saltato e che con i soldi regionali si fa la fame, sorgono i problemi. Per anni il sistema Furfaro ha negato privilegi ai cosidetti teatri di “destra”, che oggi prendono il sopravvento. Improvvisamente il Teatro Diana e il Cilea, passano dall’articolo 8 (esercizio teatrale e produzioni) all’articolo 12 (grandi teatri) per assicurarsi il contributo stabile. E sempre per questa ragione il 5% dei fondi destinati all’articolo 8 vengono riversati nel 12%.

Ci sono voluti più di 5 anni per eliminare incredibili imbrogli nel mondo dello spettacolo: musicisti che presentavano borderò con la dicitura “concertino per pianobar ai matrimoni”, teatranti che infilavano le proprie vacanze tra i rimborsi spese per gli spostamenti degli spettacoli e tante altre porcate. Come porcate sono state per anni le misure di attuazione della legge regionale. Se dal lato politico si produce una legge, il braccio operativo, ovvero le misure di attuazione sono il vero valore esecutivo delle legge. Pensate che ogni anno e dico ogni anno vengono cambiate le misure di attuazione, succede solo in Campania. Non parliamo di cambi di potere, la destra come la sinistra, ogni anno cambia le misure di attuazione della legge e improvvisamente due settimane prima della nomina di Latella a direttore artistico del Nuovo compaiono clausole e norme relative alla direzione artistica per l’erogazione dei fondi nelle misure di attuazione. Quanto detto in quest’articolo è verificabile sul sito internet della Regione Campania, nell’apposita sezione delle Leggi Regionali.

Perché non si possono attivare processi di erogazione dei fondi simili a quelli dell’Inghilterra dove un’apposita commissione valuta prima i progetti e poi gli uomini che li hanno presentati? Perché in Inghilterra prima di assegnarti i fondi ti fanno una radiografia teatrale, capendo chi sei, cosa hai fatto, cosa vuoi dire, con chi la vuoi dire e in Italia no? Perché nella non lontana Inghilterra non assegnano fondi a progetti doppioni, progetti che si ripetono sul territorio mentre in Campania il Signor De Fusco e la Miraglia organizzano Fesitval (vedi quello di Capri) con gli stessi spettacoli del NTFI? Perché in Inghilterra se ti approvano il progetto ti anticipano il 50% di quanto chiesto e in Campania bisogna aspettare anni, bisogna piegarsi a progetti del tipo “dovresti avere tanto ma ti do tanto”? Perché tra Cleopatra e Faraoni il teatro muore e continuiamo a gridare: «Show must go on»?

Rosario Esposito La Rossa

 

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