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A Galleria Toledo la storia di una giovane donna che non smette di sognare.

Crepacuore, andato in scena nell’ambito della rassegna Stazioni d’Emergenza, è un monologo dalla durata “giusta” che vuole raccontarci con normalità una storia che a norma non è.

Il motivo del tono pacato è la volontà di contrapposizione ad un filtro ottico e pregiudizievole con il quale guardiamo solitamente le cose che ci circondano, le vicende comuni e quotidiane sempre più rasenti l’eccesso, l’eccesso che aumenta progressivamente il suo limite massimo di liceità, quanto più ci si avvicina, tanto più lui, il limite, si allontana. E la calma, l’animo serafico col quale la protagonista, interpretata da Diletta Acquaviva ci racconta della sua storia normale, quella di una ragazza che normalmente si prostituisce, una madre altrettanto normalmente prostituta ed un nonno che muore di infarto mentre si masturba, rientrano in una naturale discrepanza tra la normalità supposta e quella fattiva. Il tutto calato nel contesto di un piccolo paese nel quale la suddetta normalità si aggiorna in differita.

È dunque di forte impatto il racconto di un amore che non si è conosciuto, ma di cui si percepisce l’assenza; di una vita vissuta in un luogo abitato da aridità di sentimenti nel quale la via per raccontarli è l’ironia, l’irriverenza, la più lampante sincerità, anche dura. Chi assiste si perde inizialmente tra i vicoli della narrazione, che volutamente non si focalizza su un filo logico deciso e consequenziale, ma che si lascia, invece, trasportare in maniera fluttuante sino a disperdere, apparentemente, le coordinate di riferimento, spaziali e temporali. Si ascolta, in pratica, il fiume di riflessioni, pensieri, considerazioni riversate senza filtro in un diario. Poi, d’improvviso, proprio come accadrebbe in un flusso di coscienza dal quale si rinsavisce per un bisogno di concretezza, per andare a riprendere il bandolo della matassa, ci ritroviamo un finale nel quale la concretezza cruda ci invade totalmente, lasciandoci poche cose da intuire, perché ciò che accade ce lo dice tutto, senza mezzi termini. Crepacuore è la radiografia di una vita che non si è potuta riempire di ciò di cui si sarebbe riempita volentieri.

Va detto della bravura dell’interprete, dotata di un’esattezza che non intralcia un’evidente disinvoltura. Va detto di una scrittura misurata e mai ovvia. Va detto che Crepacuore, scritto da Erika Z. Galli e diretto da Martina Ruggeri (e vincitore de La Corte della Formica 2011) è uno spettacolo molto piacevole.

 

Andrea Parré

 

 

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