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Cronache teatrali dall’«Avanti!», 1916-1920

Annibale Betrone (La Satira e Parini di Ferrari al Carignano)

Annibale Betrone ha scelto, per la sua serata, la commedia di Paolo Ferrari: La satira e Parini. Scelta poco felice.

Se un significato possono avere queste serate speciali, esse lo hanno per il fatto che l’attore beneficiato può scegliere nel repertorio – spesso imposto da necessità industriali, e dal particolare cattivo gusto imperante – quel lavoro che meglio si confà con la sua preparazione, con la sua indole, con le sue qualità piú intime, può scegliersi egli stesso la interpretazione piú aderente alla sua personalità e questa esprimere nel modo piú adeguato, come non è dato sempre di poter fare.

Nella commedia del Ferrari un solo personaggio ha vita artistica propria, peculiare, il marchese Colombi.

Parini è un incidente, è un personaggio esteriore, sebbene il suo nome appaia nel titolo e la sua persona ritorni spesso sulla scena.

Parini è un pretesto, un meccanismo scenico, che serve a determinare un intreccio, ma non ha vita propria, drammatica.

Parla e opera secondo uno schema, come un po’ fanno tutti gli altri personaggi, eccettuato uno solo, il marchese Colombi, che diventa cosí il vero centro artistico della commedia, l’unica giustificazione artistica della commedia.

La beneficiata del Betrone è diventata cosí invece la beneficiata di Giulio Paoli, per la logica stessa delle cose.

Perché un attore sia artista in atto è necessario che le sue possibilità interpretative si sostanzino di vita reale artistica.

Il Betrone non poteva trovare questa vita nel personaggio di Giuseppe Parini.

Le sue possibilità non potevano che rimanere esteriori, forma senza sostanza, cioè pura ipotesi, sforzo di immaginazione, non plasticità.

Un po’ di declamazione, nessuna interiorità. Un vero peccato.

Perché la serata di Annibale Betrone potrebbe sempre essere una vera manifestazione d’arte, perché il Betrone è attore tale da realizzare, in una opera d’arte, una interpretazione perfetta.

Le rappresentazioni solite, di ogni giorno, non dànno mai occasione a una espressione di sé completa.

Sono frammentarie, incerte, provvisorie: le abitudini del teatro italiano obbligano gli attori a una varietà di interpretazioni che non può non essere a danno della profondità, della compiutezza.

C’è sempre un po’ di dilettantismo, di nomadismo, di improvvisato nei nostri attori. Le elaborazioni minuziose, capillari, sono ignorate.

L’intuizione può supplire in parte, ma non riesce mai a dare quella pastosità intensa di luci che dà la preparazione, il lavorio critico.

Nel Betrone c’è l’intuizione vigile, pronta, e anche il senso critico, ma non sempre le due possibilità si incontrano in una stessa interpretazione.

Accade che il senso critico debba applicarsi a personaggi vuoti di sostanza artistica, e l’interpretazione non sia che virtuosismo esteriore.

E accade che un carattere sia interpretato a grandi linee, nel suo complesso, ma manchi all’interpretazione lo studio dei particolari che fa gioire di ogni parola, di ogni cenno, perché in ogni parola, in ogni cenno si vede un momento di vita, perché sempre si coglie l’anima dell’attore che brilla e dà valore.

Cosí in questa edizione della commedia di Paolo Ferrari non può apparire dell’arte di A. Betrone che qualche sprazzo inconsapevole, manca la sostanza che si lasci foggiare, che diventi plastica espressione di vita drammatica, o completa estrinsecazione di qualità che pure esistono, ma non riescono a emergere che per incidenza.

(21 ottobre 1917)

Antonio Gramsci

 

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