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Cronache teatrali dall’«Avanti!», 1916-1920

Robespierre di Sardou al Carignano

Una pagina dal giornale inglese «The Sketch» del 1899, dedicata al "Robespierre" di Victorien Sardou

Un dramma inedito di Sardou, e su Robespierre.

Teatro affollatissimo; il pubblico s’interessa vivamente alle produzioni teatrali che ricostruiscono un periodo storico, che promettono la ricostruzione completa, con persone vive e parlanti, di un periodo storico che impressiona vivamente anche nella narrazione impersonale, in cui gli avvenimenti sono logicamente ordinati secondo il principio di causalità, e i singoli perdono molta parte della loro individualità attiva, e appaiono solo per ciò che di fattivo hanno creato e lasciato.

Ma il dramma di Sardou, a parte l’elemento artistico completamente assente, non ha mantenuto nessuna promessa.

Il Robespierre della storia dà solo il nome al lavoro; di ciò che è la sua personalità di rivoluzionario non è dato nulla, se non una melensa rappresentazione di terrore dei morti, delle ombre dei decapitati.

Sardou immagina attorno a Robespierre un dramma dei soliti: il dramma della paternità violentata.

E costringe la storia entro questa sua trama: Massimiliano, nei giorni del terrore, ritrova un figlio natogli da una aristocratica, e lotta per salvare dalla ghigliottina il giovane e sua madre.

Ma l’odio e la paura che egli ha seminato intorno a sé tendono continuamente agguati al suo sentimento paterno, e come supremo oltraggio, armano la mano del figlio contro il padre.

Ma l’abile sceneggiatore francese non riesce a far dimenticare il Robespierre ormai fissatosi nelle coscienze attraverso la storia: il dramma che egli escogita per cercare effetti sensazionali, rimane una superficiale successione di scene e di dialoghi, che dovrebbero apparire drammatici per il protagonista quale storicamente è conosciuto, e il quale è invece completamente svuotato della sua piú vera e concreta vita, quella di rivoluzionario.

Cosí i cinque atti e due quadri passano nella loro puerile e convenzionale meccanicità teatrale, applauditi mediocremente e finiscono nell’ultima scena, quella del parricidio, senza che quest’ultimo colpo riesca piú a scuotere e commuovere.

Sardou ha fatto violenza alla storia, ha posto in iscena un Robespierre di sua invenzione, che avrebbe dovuto essere piú uomo e meno personaggio; ma non ha saputo crearlo, quest’uomo, e ne è venuto fuori un fantoccio ridicolo.

Alfredo De Sanctis ha molto contribuito con la sua arte, a tener su il lavoro, ma molto spesso anch’egli, per la refrattarietà della materia, è stato convenzionale.

(29 ottobre 1916)

Antonio Gramsci

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