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A raccontare il vuoto delle vite di due uomini, torna in scena, diretto da Sepe, il primo testo scritto da Santanelli.

Era il 1980 quando Uscita d’emergenza andò in scena per la prima volta: testo teatrale d’esordio del pluripremiato drammaturgo Manlio Santanelli, prestigiosa voce del teatro italiano, esso è da considerare tra i più importanti scritti del secondo Novecento ed espressione di quella maturità stilistica che, presente sin dagli inizi, caratterizzerà l’intera produzione di Santanelli.

Tradotto anche in inglese per il pubblico americano e rappresentato negli anni, tra gli altri, da Nello Mascia e Mario Scarpetta, Uscita dì emergenza è ritornato in scena al Piccolo Bellini, diretto da Pierpaolo Sepe e interpretato da Rino Di Martino e Ernesto Mahieux, rispettivamente nelle vesti dei due protagonisti Pacebbene e Cirillo.

L’uno ex sagrestano, l’altro ex suggeritore di teatro e ora, saltuariamente, rilegatore, i due uomini, per alterne vicende, si sono ritrovati a vivere nella medesima casa in un quartiere napoletano completamente disabitato a causa del terremoto. Impossibilitati ad uscire, conducono la loro esistenza nel chiuso del piccolo spazio che condividono, sbirciando il mondo dalla finestra e lasciando che siano i ricordi della vita precedente a scandire le ore dei loro attuali giorni.

Battibecchi, reciproche accuse, deliranti soliloqui e misteriose allusioni sono ciò che animano le loro discussioni, senza però che nulla di ciò che si dicono serva ad apportare un cambiamento, una svolta nell’immobile loro esistenza.

“Instabili”, così come li definisce il loro autore, i due personaggi sono «malati di bradisismo al loro interno» e la loro esistenza appare segnata, crepata alla stessa maniera dei muri pericolanti del loro appartamento. Fragili, indolenti eppure strettamente aggrappati alla loro quotidianità incompiuta, in cui il rimpianto per ciò che si sarebbe potuto fare e non si è fatto è sempre presente, Cirillo e Pacebbene sono l’esempio in concreto di una peculiarità propria della scrittura santanelliana, così come sottolinea la studiosa Teresa Megale nel libro su Santanelli da lei curato: il rendere la realtà teatrale e, di conseguenza, il teatro reale. E questo stravolgimento in Uscita d’emergenza è presente e affida all’ironia, all’incisività delle battute, la tragicità del suo essere, in un perpetuo paradosso.

Del resto il regista Sepe è alla affermazione di Beckett «Non c’è niente di più comico dell’infelicità», che affida l’incipit delle sue note per spiegare con quale sguardo ha inteso rileggere l’opera mettendo in evidenza in particolar modo la dicotomia esistente tra tristezza e comicità, tra drammaticità e leggerezza.

Non meno rilievo, ancora, riconosce poi all’immobilismo di cui sono vittime i due coinquilini e a cui attribuisce il seguente significato: «Mi piace pensare che questa storia racconti di una città rimasta intrappolata in una cultura odiosa, obsoleta, volgare e che non riesca più a rialzarsi e a ricordare la sua bellezza. Mi piace pensare che questo testo sia un monito, un grido di dolore di chi non riesce più ad amare la comunità cui appartiene ma non può nulla, o nulla gli riesce, per combatterne il degrado».

Cirillo e Pacebbene di questo urlo soffocato sono l’espressione e della inettitudine non in grado di sovvertire il fato non propizio, resteranno vittime quando l’ultima scossa farà crollare definitivamente su di loro le fievoli speranze di riscossa senza che alcuna uscita per la salvezza sia più possibile trovare.

Interessante l’impianto scenico creato dallo scenografo Di Ronza per rendere l’avvicendarsi dei movimenti tellurici, sebbene l’aver spogliato il palcoscenico di ogni suo elemento di risonanza è probabile che abbia rappresentato la causa a cui imputare la perdita di alcune battute.

 

Ileana Bonadies

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