Manlio Boutique

Sul palcoscenico del TAN un omaggio al genio teatrale francese.

 

«Chi sono?/Da dove vengo?/ io sono Antonin Artaud
 /e che io lo dica
 /come io so dirlo
 /vedrete il mio corpo attuale
 /volare in frantumi
 /e ricomporsi
 /sotto dieci mila aspetti
 /notori
 /un corpo nuovo
 /che non potrete
 /dimenticare mai più».

(A. Artaud)

 

Il regista Giovanni Granatina ha portato in scena al Teatro Area Nord di Scampia, nell’ambito della rassegna TanOff – Open space, lo spettacolo del progetto Golem Teatro, Iosonogesucristo, un omaggio alla figura del grande genio teatrale del Novecento, Antonin Artaud, il cui titolo è tratto da un’opera scritta dallo stesso autore de Il teatro e il suo doppio.

La persona di Artaud viene raccontata attraverso le parole di due soli attori: Dimitri Tetta, che interpreta il grande regista, e Francesca Iovine, interprete di Paule Thévenin, amica e curatrice degli ultimi scritti di Artaud.

Il sipario si apre mostrando una scenografia scarna (di Francesco Felano), composta da una sedia rovesciata a terra, un bastone, un pezzo di tronco, fogli di carta scritta sparsi qua e là, le pareti di grigio scuro decorate con disegni di gessetto bianco e per concludere, di spalle al pubblico si vede una sedia a rotelle su cui siede una donna. Non sono semplici oggetti questi, no di certo, sono oggetti-simbolo che racchiudono in se stessi tutta l’anima, il tormento, la follia e la blasfemia del fondatore del Teatro della Crudeltà.

Artaud e la sua schizofrenia; Artaud e la sua ossessione mistica che lo portò a credere di avere tra le mani il sacro bastone di San Patrizio; Artaud e il suo anarchismo che lo portava a condannare politica, chiesa, religioni e le varie dittature dei suoi anni; Artaud e il suo instancabile bisogno di scrivere, di mettere nero su bianco i suoi pensieri, le sue idee; Artaud che non leggeva poesie, le viveva, e le recitava scandendo il ritmo, battendo forte un martello su un pezzo di legno: tutti questi aspetti della personalità dell’attore-regista francese li troviamo espressi all’interno dello spettacolo in due modi diversi.

Nella prima parte gli pseudo-monologhi risultano poco efficaci, tanto da lasciare spesso che lo spettatore si distragga; le parole scorrono tra le labbra di Tetta con troppa leggerezza, prive di forza carismatica, e quelle della Iovine stancano per la troppa prolissità di un personaggio difficile da seguire per troppo tempo: in questa prima parte, infatti, il personaggio della Thévenin è ritratto sulla sedia a rotelle, con difficoltà a parlare.

Nella seconda parte, la situazione è decisamente diversa. La scena inizia a vibrare e a contorcersi al ritmo del dolore di Artaud. I due attori con grande maestria sono riusciti a dare anima e corpo a quelle parole e a quei sentimenti che fluivano ora tranquillamente, ora come un mare in tempesta nella mente e negli scritti di Artaud, nelle sue conversazioni con Paule Thévenin. Il dolore e la forza di una persona che, pur consapevole della brevità del tempo che gli rimaneva, continuava a scrivere e a disegnare come se quello fosse l’unica maniera per restare in vita.

«Io non morirò mai in un letto, non morirò come tutti gli altri», era solito ripetere. E fu così, infatti, che lo trovarono senza vita seduto ai piedi del letto.

 

Carmela Pugliese

 

Print Friendly

Manlio Boutique