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Cronache teatrali dall’«Avanti!», 1916-1920

La madre allo Scribe

Una famiglia di provincia. Padre, madre e un figlio di trent’anni.

Dissidio fra i coniugi: il signore ha sedotto una domestica e ne ha avuto un figlio di ormai venti anni, e la signora dopo questo tradimento coniugale si è chiusa nel suo orgoglio di moglie ferita e nell’amore della legittima prole.

Siamo in piena guerra europea e all’inizio della guerra italiana; la terza categoria del 1885 non è stata ancora chiamata.

Vittorio, il legittimo, che ha letto molti articoli della «Gazzetta» e se ne serve con molto vigore nelle conversazioni e nelle discussioni, non vuole attendere e si arruola.

La fidanzata lo ammira, ed è fiera di lui, il genitore e il futuro suocero anch’essi; la madre, Clara, no, e ci vuole tutta una rievocazione di carta stampata per convincerla a fare la madre spartana.

Al secondo atto scoppia il dramma, Vittorio si incontra al fronte con Pietro, il fratello naturale di cui ignora l’esistenza, e un misterioso fluido li avvicina, li affratella: quando si dice la voce del sangue!…

Pietro è gravemente ferito; suo padre è disperato e non può dimostrare il suo dolore per non colpire la suscettibilità di sua moglie.

Ma questa, nel dolore, si è purificata; ogni orgoglio umano è caduto.

Si riavvicina al marito, incomincia ad amare attraverso suo figlio, l’altro, l’intruso, e perdona e piange e tutti piangono, e gli animi di tutti sono diventati una dolcissima marmellata che fa piangere di consolazione tutti come tanti vitellini.

E Vittorio muore, gloriosamente, mentre Pietro ritorna, anch’egli riabilitato del suo giovanile sovversivismo, e la domestica traditora, sua madre, rientra nella casa dei suoi antichi padroni, e Pietro descrive, proprio come un inviato speciale, la presa di Gorizia, e la morte del suo amico, e un nuovo alito di bontà spira su tutti i cuori, e ci si sente tutti rimminchioniti per tanta dolcezza, per tanto candore, e si ringrazia il buon Dio che da tanto male, tanto bene ha saputo trarre, irrorandone i cuori, facendo di questi altrettanti vasi d’elezione.

Il teatro non era molto affollato: il successo esteriore fu notevole.

La commedia è presentata con abilità.

La declamazione fatta in dialetto, perde una gran parte della sua retorica: e del resto nel lavoro non tutto è retorica, e qualche piccola scena è realmente efficace.

Tra i personaggi di contorno c’è un alpino gianduiesco, volgarmente e popolarescamente eroico, reso con tutta la volgarità possibile da Mario Casaleggio, tutto da ridere.

Cosí la mozione degli affetti è completata, e l’anonimo autore che abilmente si è saputo servire del materiale emotivo d’attualità, è stato ampiamente premiato delle sue fatiche: cinquecento lire, una medaglia d’oro e il cumulo di pettegolezzi e di ipotesi sul suo anonimo. Quanto basta per rendere felice un letterato anche se dialettale.

(12 novembre 1916)

 

Il marito ideale di Wilde al Carignano

La compagnia di Irma Gramatica ha presentato una commedia di Oscar Wilde Il marito ideale, nuova per Torino; la commedia non ha avuto successo. Essa è un’opera piú letteraria che teatrale, da leggersi piú che da udirsi. Il contenuto drammatico è lievissimo e si sviluppa in situazioni comuni; l’autore si è dedicato esclusivamente al dialogo, alla parola; i caratteri si rivelano per ciò che le bocche dicono, attraverso il paradosso brillante, l’ingenua affermazione di fede puritana, il racconto di intrighi politici e finanziari. Un romanzo dialogato, che la compagnia della Gramatica ha presentato in modo degno dell’intimo valore letterario dell’opera.

(14 novembre 1918)

Antonio Gramsci

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