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Il regista Grimaldi porta in scena l’opera scritta da Manlio Santanelli per raccontare il segreto desiderio di una giovane donna abbrutita dalla vita durante la Rivoluzione napoletana.

Lazzari e gentiluomini. Fame e rivoluzione. Fede e ragione.
Janara e un giovane uomo, legato e incappucciato, intrecciano i loro destini per caso. Perché lei possa procurare la morte a lui, così come ordinatole dal marito-padrone. Perché la miseria impone gesti inumani come quello di mangiare un proprio simile, senza pietà, come se fosse un animale qualunque. E se poi quell’uomo è un giacobino e parla una lingua incomprensibile, l’italiano, e si affida alla ragione per spiegare ogni cosa, allora altra via d’uscita non c’è per una donna che nei suoi 25 anni di età altro non ha conosciuto che violenza e dolore e può solo alla religione, subita acriticamente, fare appello per spiegarsi cosa le accade intorno.

La Napoli della Rivoluzione del 1799 è lo scenario nel quale tutto ciò si svolge e la casa dismessa della popolana madre-strega di quattro figli (di cui vorrebbe la morte per quanto sono ingestibili) è il luogo claustrofobico dove il rito di preparazione all’uccisione si consuma meticolosamente. Resti di probabili precedenti malcapitati, vittime dello stesso cannibalismo sono maneggiati e custoditi dalla donna con estrema cura e tale sarà la sorte anche del giacobino che ora giace in un angolo della stanza. Ma alla morte, l’una come artefice, l’altro come vittima, i due personaggi non vi giungono immediatamente: la mancanza d’aria per respirare sotto il bavaglio, infatti, seguita dall’inaspettato gesto della janara di soccorrere l’uomo-preda, è il pretesto perché tra i due inizi un dialogo-scontro attraverso il quale ognuno svelerà parte di sé, del proprio passato, del proprio vissuto mentre racconti carichi di metafore prendono vita insieme ai desideri ultimi, quelli che si rivelano quando la fine è prossima e ogni inibizione si sgretola sotto il peso della paura.

Ed è così, allora, che mentre il giacobino confessa di voler morire mentre si abbandona al sonno ascoltando una favola, la povera donna confida al suo interlocutore di voler ricevere quello che ha sempre desiderato e che mai ha ricevuto durante la sua bruta esistenza: un baciamano, sublimazione dell’amore puro, scevro da maltrattamenti e soprusi.

Ecco dunque che carnalità e bellezza si incontrano e, nuovamente, attraverso un accurato rito che stavolta nulla ha a che fare con la morte, opposti sentimenti, opposti valori portano i protagonisti ad avvicinarsi e divenire solidali come le premesse mai avrebbero lasciato intendere e come il destino finale mai consentirà avvenga.

Turbamento e scompiglio sarà ciò che il semplice gesto provocherà nella donna, facendole provare una emozione mai conosciuta prima, ma poco durerà la felice parentesi: la cruda realtà, infatti, farà presto ad rimpadronirsi dei suoi originari propositi e, con essa, il timore di assecondare la volontà del marito per non subirne le terribili conseguenze.

Scritto da Manlio Santanelli nel 1993, il testo Il baciamano diretto da Antonio Grimaldi, è un dramma in cui assurdità ed esasperazione sono i due elementi chiave con cui vengono tratteggiati i personaggi e le loro storie, non senza fare leva, però, su circostanze storiche reali: esse riguardano un popolo sofferente nella sua interezza, quello napoletano, ancora succube del potere dispotico che per anni lo ha governato e incapace di riconoscere nelle idee rivoluzionarie una possibile alternativa, ma anche una singola vita, quella di Janara, appunto, il cui essere donna, ovvero semplicemente essere umano,  è stato cancellato dalla fatica e dalla sofferenza.

Il regista lo racconta adottando un linguaggio dirompente, fisico ma al tempo stesso poetico, affidandosi, al di là di una drammaturgia di per sé forte, essenzialmente a due aspetti: una colonna sonora che da Cesaria Évora a Mina, passando per Ascanio Celestini e Rossini, enfatizza e sottolinea gli snodi cruciali della storia, così incrementando gli elementi di contrapposizione con funzione, in realtà, di coesione, già presenti nell’arco dell’intera vicenda; e l’interpretazione molto buona dei due attori in scena, Vincenzo Albano e Annarita Vitolo che in particolar modo veste con encomiabile credibilità ed efficacia comunicativa i panni di Janara.

Lunghi applausi al termine ne sanciscono il successo e l’augurio, pertanto, è che lo spettacolo, ora fermo dopo le tre repliche di questo fine settimana al Sancarluccio, possa al più presto riprendere a girare per essere goduto da sempre più spettatori.

Ileana Bonadies

 

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