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Il reading-concerto sul poeta spagnolo di scena a Sala Ichòs.

“Certe anime hanno azzurre stelle” sono le prime, intense parole di una poesia scritta nel 1920 da Federico García Lorca e che fanno da titolo al reading-concerto incentrato sulla figura del poeta spagnolo, spettacolo ideato e recitato da Lucio Allocca accompagnato da Lello Ferraro alla chitarra, percussioni e canto e Antonio Chioccarelli alla seconda chitarra. García Lorca, come scrive il suo amico Pablo Neruda, «era lo spirito scialacquatore, l’allegria centrifuga, che raccoglieva in seno e irradiava, come un pianeta, la felicità di vivere. Ingenuo e commediante, cosmico e provinciale, singolare musicista, splendido mimo, timido e superstizioso, raggiante e gentile: era una sorta di riassunto delle età della Spagna, della fioritura popolare; un prodotto arabico-andaluso che illuminava e profumava, come un gelsomino, tutta la scena di quella Spagna, ahimè!, scomparsa», e così lo spettacolo, attraverso le suggestioni dei versi di Federico García Lorca e della musica popolare, ha portato la Spagna del secolo scorso nella suggestiva sala teatrale di Napoli est.

Dalle poesie sulla chitarra al discorso sul teatro, passando anche per alcuni versi che il poeta cileno Pablo Neruda scrisse per il suo amico, diversi sono stati i brani letti con trasporto e a volte anche emozione dal bravo e brillante Lucio Allocca, brani che sono stati arricchiti, quasi a intessere un melodioso controcanto, dalle musiche e dalle canzoni magistralmente eseguite dai due chitarristi presenti sulla scena.

Ascoltare le riflessioni sul teatro tratte dal Discorso sul teatro scritto nel 1932 nella piccola ma tenace sala teatrale di San Giovanni a Teduccio ha reso ancora più forte il significato di queste parole di García Lorca: «Il teatro è uno dei mezzi più efficaci per la costruzione di una nazione, è il barometro che segna la sua grandezza o la sua caduta. Un teatro ben orientato in tutti i rami può cambiare in pochi anni la sensibilità del popolo; mentre un teatro rovinato può addormentare un’intera nazione. […] Un popolo che non aiuta e non potenzia il suo teatro è, se non morto, moribondo; e il teatro, comico o drammatico che sia, che non sa cogliere l’inquietudine sociale, la pulsazione della storia, il dramma della sua gente non ha diritto a chiamarsi teatro, piuttosto sala da gioco in cui si fa quella cosa terribile che si chiama ammazzare il tempo».

L’altra sera a Sala Ichòs non è stato commesso tale orrendo omicidio, il tempo non è stato mortalmente gettato via, ma vissuto nella sua piena, autentica e arricchente durata.

 

Irene Bonadies

 

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